20 Luglio, 2008 a 11:16 am · Archiviato in Critica
Visto che ci ho ripreso la mano, tengo fede ad una promessa fatta circa un mese e mezzo fa e raccolgo, anche con la giusta distanza critica, le idee sul libro “Cenni e silenzi” di Enzo Santese, di cui ho curato la presentazione al LicenzePoeticheFestival.
Enzo Santese è scrittore, critico d’arte e intellettuale triestino e lavora da anni alla diffusione della cultura su scala locale e nazionale, impegnandosi anche nella riflessione su metodi e materiali del fare artistico. Enzo accenna nelle sue poesie una linea pittorica del paesaggio esperienziale che appartiene alla sua maturazione e alla sua vita di uomo di confini. Trieste, estrema propaggine a est d’Italia, capitale storica dei flussi culturali migratori, manifesta le sue peculiarità in una natura aspra e generosa al contempo, ed Enzo riversa tutta questa varietà nei suoi versi, raccontandoci distanze e vicinanze di mondi e uomini spesso in conflitto tra loro. Questa profonda volontà di pacificazione tra le fazioni si manifesta nell’impasto tra immagini e parole, tra uomini e vegetazione, tra diverse specie di animali poste a convivenza ineludibile e infine accettata e ben accolta.
Il tema dell’incontro, o dovrei dire degli incontri, vista la moltitudine di visi che s’affacciano nelle pagine del libro, diviene il cardine su cui gira l’intero impianto di “Cenni e silenzi”. Il libro si struttura infatti come un diario di gesti e saluti, di avvicinamenti e allontanamenti quotidiani in cui gli uomini, aperti e diffidenti allo stesso tempo, si riconoscono in fondo tutti tra loro imparentati, attraverso un sottile gioco di segni e allusioni che li mettono in comunicazione reciproca. La poesia riflette questo toccarsi, questo sfiorarsi nella sua palpitante sensualità e nel suo scintillante cromatismo che ci restituisce in maniera efficace il fascino della terra triestina, paesaggio pietroso ma inevitabilmente attraente.
In questa attività di descrizione delle quinte di fronte alle quali si svolge l’esistenza, i modelli, i punti di riferimento (Leopardi e Baudelaire i classici, Montale e Zanzotto i moderni) fungono da trampolino dal quale lanciarsi verso un racconto franco e appassionato dell’inquietudine di vivere, delle relazioni umane e sentimentali. La donna in particolare dimostra di essere creatura sfumata e duplice, angelo della mitezza e della pacificazione, ma anche nodo di dubbi e scontri, e spesso il tu cui si rivolge Enzo muta le proprie forme da essere umano in città, ricordando che Trieste va vissuta e goduta come oggetto controverso di desiderio. Potremmo quasi asserire che tutto “Cenni e silenzi” è sostenuto dal contrappunto continuo tra l’oggetto percepito e l’emozione soggettiva che esso suscita nello scrittore, prendendo forme e direzioni sempre imprevedibili come è imprevedibile la nostra emozione.
19 Luglio, 2008 a 6:32 pm · Archiviato in Poesia
Lancio a tutti i lettori di questo blog (che ringrazio per l’affetto che dimostrano nel leggere le cose del matto qui presente) un breve invito a firmare il “Manifesto degli scienziati antirazzisti 2008″, la cui stesura è stata ideata dal Sindaco di San Rossore, dove nel 1938 furono promulgate le leggi razziali fasciste. Il documento è stato redatto e sottoscritto da personaggi importanti e di indubbia intelligenza del panorama culturale italiano e si dimostra un’iniziativa che vale la pena appoggiare, in un periodo di continui proclama contro la mescolanza dei popoli, contro l’apertura e l’accoglienza, contro l’integrazione delle culture che, sebbene siano teorie di difficile e complessa applicazione, sono la struttura portante di una società libera, dinamica e più solida proprio perché multiforme.
Cliccando su questo link, potrete andare sul sito della Regione Toscana dove troverete il Manifesto e il form per poter sottoscrivere anche voi il documento.

Manifesto antirazzista
13 Luglio, 2008 a 5:44 pm · Archiviato in Narrativa
Tirando tutti i fili di confine della nostra libertà, dibattendoci nella trama vischiosa che appccica su occhi e braccia, non facciamo che far scattare tutti gli allarmi e avvertire il padrone che il suo animaletto da compagnia tenta la fuga, s’illude di una scarcerazione inottenibile e allora si assicura che il giogo amplifichi il suo peso, che stenti il respiro alla povera bestia e lo stanchi fino a dissuaderlo da un’insistenza querula e irritante. Proprio perché ogni tentativo non si realizza che raramente, alla fine accade sempre che ci si rimetta accucciati a leccarsi i graffi dei ceppi, a disinfettare la delusione che cicatrizza lentamente e brucia di desideri irrealizzati.
10 Luglio, 2008 a 5:20 pm · Archiviato in Critica
Le difficoltà di miscelazione delle onde dell’esistenza mi ha impedito nell’ultimo mese di lavorare con la solita costanza alle mie passioni preferite, nell’ordine: scrivere, leggere e farmi gli affari degli altri, anche per il tramite della critica letteraria. In questo ultimo mese, anche se sarebbero bastati pochi giorni, ho letto il romanzo “Era mio padre” del milanese Franz Krauspenhaar, che ho avuto la fortuna di conoscere a Macerata alla fine di maggio durante il LicenzePoeticheFestival. L’impressione che questo libro mi ha lasciato è stata contrastante.
Sicuramente l’esperienza, l’esistenza torturata e sofferta che sorreggono questo racconto sono incontestabili, e la loro trasfigurazione in ritratto romanzato risulta notevolmente efficace. Tuttavia, a mio parere, la conduzione di questo travagliato disvelamento del “mistero”, del buco nero che occupa il seggio d’onore nella mente e nella sensibilità dello scrittore, poteva essere costruita con una maggiore agilità, impedita in alcuni punti da un eccesso di volontà del dire. In alcuni passi di “Era mio padre”, Krauspenhaar concede troppo potere (non a caso uso questo termine) alla tentazione di messinscena che una bio-autografia (secondo una felice definizione dell’autore stesso) esige, sebbene questo non fosse completamente nei propositi di colui che è due volte protagonista, nella sincronicità e nel ripescamento della verità, degli indizi che compongono il puzzle.
Tuttavia, è comprensibile che possa essere un rischio da correre e al quale abbandonarsi in determinati momenti, permettendo all’opportuna carica d’intensità emotiva di scaturire nelle scene principali dietro la pressione assommata e assordante di una ripetizione ossessiva che ci racconta il rantolo della guerra, della paura mista a rabbia, del disorientamento di un mondo (quello precedente al secondo conflitto mondiale) che ormai era stato soppresso. Probabilmente, in alcuni punti questa intensità cede il passo ad accessi verbosi, non molto agili, che mi paiono una conseguenza dell’abitudine alla produzione per web ed essenzialmente per blog: sono convinto infatti, per quanto sembri strano detto proprio su un blog, che la scrittura pensata appositamente per il medium telematico manchi a volte di un ferreo criterio di discriminazione, nel senso di tracciare un discrimen tra la parola efficace e quella inessenziale.
Questa caratteristica non va demonizzata, anzi, visto lo stimolo che il web ha dato alla circolazione di parole e di idee tra chi si occupa di arte in ogni sua forma. Credo però che la prosa che acquista, tramite pubblicazione cartacea, un carattere durativo, immodificabile, debba necessariamente tendere all’intensificazione massima del proprio potere fascinatorio e affabulatorio, perché se così non fosse non avrebbe più quel valore prezioso di parola insostituibile di cui essa si è sempre fregiata. La parola che non descrive bensì disegna il reale, per quanto possa essere merce e spazzatura, ripetizione coattiva e ossessione vertiginosa di rifiuti da trash basket, per quanto possa puzzare e far vomitare, resta sempre e a maggior ragione un incantesimo potente e senza scampo, una catena ipnotica che ci costringe nelle sue volute.
Dopo aver voltato l’ultima pagina, ciò che resta è la convinzione che “Era mio padre” di Franz Krauspenhaar sia un buon romanzo che merita davvero di essere letto, e non per il suo scontato valore di testimonianza, né per curiosare morbosamente nella vita di uno scrittore che ha dimostrato spesso un coraggio nudo, ironico e teatrale ma soprattutto esposto agli sguardi dei passanti, e la volontà di tendere la mano oltre il muro dell’oscurità che circonda e rinchiude ogni uomo nella propria pena.
8 Luglio, 2008 a 3:23 pm · Archiviato in Discussione, Narrativa
A volte, proprio non riusciamo a metterci un freno e ci immaginiamo come un gorgo d’acqua che inesorabilmente si abbandona nelle profondità delle condutture, che ci strozzano dentro i muri di casa e ci espellono senza complimenti tra deiezioni di ogni storia.
In questi momenti, tutto sembra accelerarci i passi, le scivolate, le cadute a faccia avanti, e il ritmo delle quinte che intelaiano il nostro paesaggio si fa più serrato ed è inutile conficcare le unghie nei minuti che non vorremmo cedere per nulla al mondo.
In questa precaria testardaggine il respiro si fa insufficiente, e per poter bastare a noi stessi e alle gerarchie che ci frustano i garretti, ci affidiamo fiduciosi a capitalistiche iniezioni di ottimismo e alla fede dolcemente patetica in un futuro che non si costruisce ammassando blocchi in bilico di intenzioni velleitarie e di inconsistente durevolezza. Allora, l’afa di un disinganno, di una parola pronunciata da chi vuole spezzarci i polsi e saggiarci il costato, rischia di inchiodarci ad un inevitabile arresto dei pensieri, ad un prosciugamento inatteso e amareggiato di ogni minima fibra di forza.
E lì restiamo, asserragliati in un angolo quanto più possibile lontano dal clamore freddo della strada, del flusso ingarbugliato delle esistenze altrui, scostandocene più possibile, tanto da poter recuperare terreno e respiro. Quasi senza essere sottoposti ad incessanti imboscate, sebbene si tenga alta la guardia in attesa di un fiotto di luce maligna, di un taglio di parole ben assestate.
Costa molta fatica rigenerare il tessuto dei pensieri e riaccendere il circuito degli sguardi complici, tuttavia è l’unica chiave che apre su un nuovo passaggio segreto, per una passerella che conduce a nuovi paesaggi.
29 Giugno, 2008 a 4:36 pm · Archiviato in Discussione, Narrativa
Nell’affanno spesso del quotidiano una fessura a volte ci aiuta a non annodarci il respiro. E noi ci lavoriamo su, allarghiamo a graffi lo spiraglio, fino a farne sgorgare la luce, fino a vedervi dentro, a capire che di là c’è un nuovo paesaggio, un nuovo cammino da intraprendere.
Sto ancora cercando lo zaino giusto, il più capiente, e sto componendo i bagagli, selezionando l’essenziale da portare con me ed il superfluo da lasciare per strada. Ancora un po’ di pazienza per allargare il buco e uscir a riveder le stelle che si distendono sopra di noi.