Archivio per Febbraio, 2008

CONSIGLI PER IL DÌ DI FESTA

Ecco un piccolo reperto archeologico che spero vi piacerà:

 

copertina_enza_scarangella.jpg

 

sóffiati i capelli con quel phon iroso

scarta ogni scorciatoia

mi raccomando, rifugiati nella nostalgia

impreca, è giusto, contro

gli inganni friabili che sorreggono

la faticosa inclinazione

di un mondo vivo per miracolo

 

affondando lo sguardo giù

tra i fumi e le perle d’umido

convocate sul pavimento

scovi un po’ di polvere scampata

all’enumerazione delle maledizioni

ma non avverti che scompare la voce

che finora s’affacciava sul paesaggio

scompare il sorriso che asciugava la pioggia

 

faresti forse meglio a contenere il respiro

nel limbo dello stomaco aspettando

provviste ed abbracci e anche

un uovo a sorpresa

BLACK HOLE SUN…

Sto finendo di leggere Digiunare, divorare di Anita Desai, di cui parleremo al prossimo incontro di Abbracci di culture a Tolentino mercoledì 12 Marzo alle 18.30 (un pò di pubblicità non guasta mai…) e, nella seconda parte del libro, sono stato scaraventato di fronte ad un’America distorta e inquietante degna del video di Black Hole Sun dei Soundgarden… chi l’ha visto, rabbrividirà insieme a me…

black_hole_sun.jpg

ESSEREPOSTPUNK

Me ne rendo conto soltanto quando un attimo abbasso il volume dei giorni e sveglio i ricordi che assopiscono lungo il ciglio delle esasperazioni quotidiane. Esserepostpunk: forse una tipica sensazione per chi, già una ventina d’anni fa, ha accettato di vivere, di consolarsi della noia della provincia deprimente e devolvere le proprie forze alle panche unte delle piccole, sempre più sparute osterie borgatare. Ma io: sono arrivato quando già il punk si era dissolto e miscelato nell’ultima cartina, e mi sono abbronzato alla luce ciancicata delle cassette registrate da vinili sbreccati. Il massimo del lo-fi, il massimo dell’artigianalità della rabbia. Un ordigno fatto in casa, amorevolmente, senza cedimenti né diminuzioni di volume. Al limite, le palpebre che non stanno su quando, alle quattro del mattino, il vino non imbocca più la via della gola e credi sia meglio farsi una dormita con i Clash nelle cuffiette. Ma niente meno di questo.
Dopo quindici anni: the law won, la cresta si è spenta arrendendosi alla calvizie ed il velluto dei pantaloni accetta il rigore delle coste, morbide e vetero-comuniste, ma purtroppo maleodoranti di sconfitta. Resta solo la notte appenna accennata, quando ancora qualche conformista ubriaco di circostanza sgrulla le sue grida retoricamente dejà-enténdues. Soltanto l’ultimo pezzo, che mi seduce le orecchie dalla playlist estesa grazie al PC, un estraneo che accompagna per mano la mia insonnia e poi mi consiglia prudentemente di coricare ogni nostalgia ed aspettare rinnovate bufere.

NELLA RARITÀ DELLE IDEE

Mi sembra giusto instaurare una tradizione. Credo nei piccoli riti quotidiani. Quindi, vi lascio quello che mi è scaturito ieri sera, durante l’incontro bisettimanale della Tribù dalle pupille ardenti, il gruppo di amanti della poesia che si riunisce a Macerata per discutere della propria esperienza del mondo attraverso le parole.

tribu_2008_4.jpg

L’argomento di questa volta era “I SENSI”. Naturalmente, non è che un abbozzo, c’è da lavorarci su, ma spero che vi piacerà:

ho conosciuto mani invecchiate
nell’intervallo di sfida
una tenda spessa che chiude
al giorno che frigola fuori
smarrito tra le dita il gusto
di delinearmi in luce
e nel buio delle onde residue
che incidono ancora la stanza
represso la rarità delle idee
nelle macchie degli occhi

no
respinto all’orlo
ogni scampolo
tagliato lungo il tratto
della cecità
sebbene la lacrima tenti
sulla strada pietrosa
discendente nell’ansia
boschiva di un sonno tremato
rapinato a colmo del vuoto

FOSSE AGILE IL SALTO

dovessi perdere l’angolo
d’allaccio all’asfalto
fosse rapido sfumare
nello specchio di nebbia
a fondo discesa

si presenterebbe
a lato d’occhio
il pericolo
che s’imbosca muto
nei perimetri ostili
di orti condominiali
a compagnia delle muffe
nei trucioli di tempo
che il giorno ci scarta

fosse agile il salto
in abbracci amplificati
in parole scrollate
dai termosifoni
un passo dietro l’altro
su intimi marciapiedi

UN’OCCASIONE SPRECATA…

In questa giornata di M’illumino di meno, esco per un momento dal silenzio energetico per una piccola considerazione. La poesia spesso nasce nel buio, quando chiudiamo gli occhi e ci raccogliamo da terra, setacciando le parole per trovare l’espressione che meglio ci disegna. La poesia si nutre del buio, delle forze cieche che rovistano in fondo allo stomaco, di quella nota profonda che ci richiama a noi stessi, all’essenza primigenia di corpo ed energia vitale.
Il mondo però ha dimenticato il buio, lo temiamo sempre di più, non ne accettiamo il mistero, pensando che sia meglio, che sia meno inquietante dimenticare le luci accese in ogni stanza di casa, cosicché non si possa rimanere intrappolati dall’oscurità. Rischiando così però di non poter più girare l’interruttore, domani, quando tramonterà il respiro del pianeta.
Torno ad immergermi in questa vasca cieca, senza lampadine, che è la mia stanzetta. Per pensare con lentezza, senza ansie, con le persiane serrate che mi allontanino i lampioni. Spero che anche voi facciate lo stesso.
Post precedenti »