ESSEREPOSTPUNK
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Dunque…essere post-punk… la sensazione, devo dire’ l’hai ben descritta.Ma tu MDP,da bravo poliziotto anatomo patologo segugio dell’introspettivo qual sei,hai riconosciuto un nemico,l’hai isolato e conseguentemente dissezionato per capirlo..ma io ti lancio una bomba di nemici mortali ormai incistati nell’ambito sensazione-relazione-reazione.Essere post…tutto!
Il punk,comportameno- abbigliamento(io già vivevo durante l’ultimo strascico di tal manifestazione)che riusciva a palesare una reazione verso l’ultimo tabù della società:le norme per essere inclusi o meno nella cosiddetta società civile.il movimento,a parer mio,rischia di essere stato l’ultimo (dopo ‘68,femminismo etc.)dotato di personalità propria.dove per personalità io intendo che non sia nell’oggetto un derivato di altre cause.
Dove l’appartenenza,e quindi anche qui(loro malgrado..)l’inclusione nel movimento,richiedeva la automatica e forte,esplicita ,esclusione da qualsiasi altra appartenenza.
E per ciò che io ,riflettendo su quest’ultimo tuo scritto:si può essere solo post?e se i movimenti hanno ora una identità così
debole e,soprattuto, se era lì che una persona s’identificava e diveniva “individuo”,compiuto.
Se questo lo scenario attuale,quale quello futuro:una identità cosiddetta “diffusa”?a te la bomba…ciao,
Sonia
Allora… domanda densa, risposta densa.
Naturalmente, oggi stiamo vivendo in un periodo storico che rigetta gastricamente ogni ideologia e di conseguenza ogni movimento più o meno giovanile. Il mio status di epigono mi ha mostrato etrambe le facce della medaglia: essere un rifiuto, uno scarto della società, e quindi autoescludersi e d ergersi così ad emblema-mmonnezza di un consumismo che usa e getta via i giovani non inquadrati; ma permettere anche che questo sputo in faccia al borghese fosse digerito come uno stile di abbigliamento (d’altra parte, chi se non i Sex Pistols, la grande truffa del rock’n'roll, sono stati assemblati dal lungimirante Malcolm McLaren, proprietario di un negozio di tendenza nella LOndra degli anni ‘70?).
Mi rendo conto che sto divagando, preda della deriva che il pensiero indebolito desidera e promuove. In definitiva, credo che l’individuazione proceda da un progressivo distacco dalla comunità, di qualsiasi tipologia, a cui si appartiene. Ma non per essere post e basta, anche perché essere posteriori, oltre che essere futuro, può anche significare essere morti (almeno, alle idee vitali e concretamente rivoluzionarie, proprio perché saldamente radicate in un substrato utopico e di renovatio mundi).
Smetto di diluviare parole e mi aspetto qualche altro commento!
Beh, mio caro Marco, se non possiamo più essere punk, meglio. Vuol dire che è tempo di costruire noi qualcosa di nuovo, la nostra identità. E’ come quando sei in cucina, hai alcuni ingredienti e strumenti, e nessuna ricetta esistente per miscelarli al meglio. E allora la crei tu, la nuova ricetta! Perché hai fame.
Naturalmente essere punk non vuol dire rovistare nel cassonetto di altri. Essere punk vuol dire spappolare le regole e le ricette, svellere la porta del frigo e cacciarne fuori tutta la feroce creatività che esso può ispirarci.
La fame è dilaniante, ma sempre più spesso sopraggiungono momenti in cui ti accorgi che il furore non basta a tenerti i nervi scoperti e cerchi di ricaricarti con quelle briciole di volontà rimaste sulla tovaglia. Questo è per me lo stato interiore dell’esserepostpunk, il che non vuol essere una resa dinanzi a bei ricettari preconfezionati. Lo sai, il mio slogan è e resta: la fantasia al potere!!!
basta che non diventiamo POSTumi!
un po’ POSTicci ci può anche stare…meglio POSTriboli, semmai.
ma la fantasia al potere non era uno slogan hippy piuttosto che punk??
ciao MDP ! (la verità è che non potrei mai avere un mio blog: sono troppo imbranata con tutte ’ste robe POSTmoderne…
re
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