Archivio per Marzo, 2008

IERI ALLA BIBLIOTECA FILELFICA SI PARLAVA DI… (2)

Anche se non era proprio ieri, continuo ad usare lo stesso titolo (mi affeziono sempre ai titoli…), per raccontarvi la serie degli incontri di lettura “Abbracci di culture” alla Biblioteca Filelfica di Tolentino. Mercoledì scorso il libro di cui abbiamo discusso era Digiunare, divorare di Anita Desai, forse la migliore scrittrice indiana vivente, e l’occasione è stata utile per ragionare su alcuni luoghi comuni delle differenze culturali che ormai diamo per assodati e che dovremmo invece sfatare.

La storia raccontata nel libro non è particolarmente interessante, anzi tutto il contrario: il fulcro della narrazione è una tipica e noiosa famiglia indiana benestante, ingorgata nelle soffocanti abitudini quotidiane e avvolta come in un sudario dall’ineluttabilità di ruoli ed obblighi familiari. Le vicende sono semplici, scontate nel loro grigiore: un matrimonio in pieno accordo ma senza sentimento, figli allevati secondo regole tradizionali (le femmine pensano alla casa e a trovarsi un buon partito; i maschi studiano per rivestire ruoli professionali importanti ed essere così l’orgoglio dei genitori). Tutto accade con la monotonia che colma ogni angolo vuoto, e non bastano le crisi isteriche della figlia un po’ meno “normale”, Uma, a sconvolgere equilibri calcificati del ferreo e sordo governo di «mammapapà», come li definisce la narratrice.

Questa asfissia non coinvolge e sommerge soltanto l’immobile società indiana, ma anche il dinamico, modernissimo e caotico popolo americano, rappresentante di tutti i pericoli e difetti che contraddistinguono il progresso occidentale. Lo specchiarsi l’uno nell’altro dei due modi di pensare, al di là delle differenze superficiali, appare evidente su piani e aspetti imprevisti, come ad esempio il cibo ed il cerimoniale che ruota intorno ad esso. Nella duplice immagine che dell’atto del mangiare hanno le due culture, si ritrova un avvilente esito comune: se la civiltà indiana attua una ritualizzazione estrema del pasto svuotandolo del suo originario significato, gli americani ne sviliscono ogni valenza aggregativa familiare. Alimentarsi si trasforma in un atto compulsivo che induce a ingoiare cumuli di junk food che non può appagare e costringe alla solitudine bulimica del rigetto nel water.

Neanche Uma e Arum, i due goffi figli “ribelli” al loro ruolo di meri spettatori, riescono a sottrarsi alla violenza della routine sottomettendosi infine all’afa dell’estate che annulla le forze.

Un libro di forte critica, scritto con una semplicità quasi chirurgica che non risparmia nessuno dei due mondi raccontati, avvincente e inclemente.

Vi aspetto al prossimo incontro a Tolentino, il 30 Aprile: parleremo di Lettere contro la guerra di Tiziano Terzani.

ALLA TRIBÙ SI PARLA DI MAESTRI

Ieri sera, al periodico incontro della Tribù dalle pupille ardenti, la bottega di scrittura che si tiene a Macerata bisettimanalmente, l’argomento di cui si è parlato è l’esistenza e l’opportunità o meno dei maestri, letterari e non.
Io ho scritto questo:

si legge nella parola
posata sulle ceneri
la piega del fuoco
che marchia significato
ma
rammendare le ossa
conoscendo per eredità
non ossigena né concede
orli alla consolazione

solo
la lama
nel nervo
illumina e
traduce

FIL DI FERRO

La disgregazione dell’io non fa per niente bene alla qualità della vita. Sarebbe necessaria abbondante colla vinilica, ma una soluzione gommosa senza nerbo non cicatrizza. Le ferite non si suturano col fil di ferro.

RETROILLUMINAZIONI (1)

In un giorno capriccioso che appare e scompare a suo piacimento, leggo alcune poesie di Francesco Scarabicchi, poeta anconetano, forse uno dei migliori scrittori marchigiani al momento, e le trovo davvero belle. Non se sono stupito, poiché questa lettura è una sorta di viaggio a ritroso nell’opera del poeta: partito dall’ultima raccolta da lui pubblicata, L’esperienza della neve, davvero impressionante (in senso etimologico) per la compiutezza raggiunta, ora giungo alla raccolta antologica Il cancello che racchiude i migliori componimenti pubblicati tra gli anni Ottanta e Novanta.
Ora ho saldato il debito di curiosità che avevo con me stesso e finalmente ho capito da dove proviene e come si è sviluppata la scrittura di Scarabicchi. Già nelle sue poesie giovanili infatti la parola appare densa, asciutta e desolata, e le strutture del verso prosciugate all’essenziale e pietrose, come è brulla la terra di costa in cui lo sguardo dell’autore si muove.
Sembra quasi che il sole abbia prosciugato ogni orpello verbale e nella pulizia accecante dei versi si svolga un’assidua e lacerante ricerca di significato, la ricerca di un codice segreto che si risolve nel naturale deterioramento e sparizione del perimetro esistenziale entro cui siamo cresciuti.
Un esempio:

ANTEFATTI / 2
Di chi è già stato qui
non sa niente nessuno
perché ogni volta
si sparecchia la tavola

ogni giorno puliscono
il marmo freddo
delle pescherie.

Il processo di chiarificazione dolente e risoluta del reale si gioca su alcuni termini chiave: “assenza”, “passante”, “soglia”, “congedo”, “di spalle”, “opaco”, “ombra”, “nebbia”. Per giungere infine alla metafora del cancello, del limite invalicabile oltre il quale è impossibile inoltrarsi.
Spesso questa reclusione, questa forzata segregazione dall’altro da sé carica il mondo esterno di perturbante mistero:

città di gridi e brividi, spedale,
ansia di vie deserte,
invisibile mare che si muove

(e questo potrebbe essere detto non solo di Ancona, ma di tutte le città che ci ospitano e ci tollerano senza accoglierci).
Non ci si può neanche rifugiare nel ricordo: esso infatti non è più in grado di generare lenitiva nostalgia, bensì procura l’ennesimo dolore nel riproporci lo stesso fotogramma più e più volte, in una masochistica moviola della memoria.
L’unico antidoto alla sofferenza di questa condizione di nomadi incompresi (”l’amico che mi parla /con voce naturale / camminando non vede / i miei pensieri bianchi / come il sale”) è allora il distacco: guardarsi da fuori, da lontano senza concedersi vinti alla fatica di vivere una quotidianità irrimediabilmente segnata da sconfitte, tragedie e lutti quotidiani. La salvezza sta forse nel ritrarsi all’interno della nostra corazza del pensiero, nel sottrarsi alla “pioggia /che cade sopra gli uomini / e li cancella piano”.

DEDICATO (ANCHE SE IN RITARDO) ALLE DONNE

NEL FOLTO

rovistando
potrei anche
imboccarne il senso
e leggendo gli occhi
forse

ma non è
chiave di luce
abisso murato
senza cerniera
di sicurezza

dissolta la scacchiera
il folto rigenera
e abbraccia

socchiude al futuro

LE MUSE HANNO FATTO I BAGAGLI

Dopo un piacevole e doveroso tuffo nel passato, torniamo alla poesia del presente:

 

epoca impoetica questi giorni

solo rime baciate di piatti

adatti al lavello che non specchia

se non un rancore d’acciaio opaco

e persiste l’aria tossica di fritto

dritto tra le mani

su taccuini confusi

 

le muse hanno fatto i bagagli

ciondolano nell’atrio

scandagliando fossili di riviste

sotto la tazza umida di tè

 

di notte ancora incontro le dita

che mi spettinano i pensieri

 

basta rodere l’osso

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