Archivio per Luglio, 2008

LE GENEALOGIE PIGRE

e se da domani la piega torna quella usuale, e la vita si storce in gomiti che strozzano le rappacificazioni, le partite a carte, le genealogie pigre srotolate sulla soglia di casa
se ciò che temi accadrà ti esplode sopra, inondandoti di rimorsi da palpebre esauste, da attrazioni infantili che ti hanno raggirato, tu cosa fai? afferrato all’esile contorno di una speranza, ti issa a galla la perseveranza muta, il morso della paura che strizza e affila l’urlo
le ore risaccano incessanti nella loro crudeltà inanimata, e il fango si solidifica al sole appena sfocia dall’acqua del mare, mentre tu sputi via i frammenti di un tuffo impigliatosi alla bocca

e se da domani i tuffi s’interrompono e le grinze alle mani si fanno più cave, più ruvide d’incomprensione
tu salinizzato siedi alla scrivania
e non rotei neanche le dita sulla pagina
l’acqua non ti assolverà di nuovo
neanche avrai lacrime
per disperderti e scomparire

IN QUEL PRECISO SPIGOLO

Quando la musica fascia il pomeriggio e un ritaglio di ricordi sfiora lento e riporta a galla una piega distratta di pomeriggi estivi; in quel preciso spigolo di vita si rifugia riposo tanto progettato e steso per i quattro lati come una coperta troppo corta ma comunque lenitrice. Infine, le mani cautamente s’avvicinano, sentendosi libere di intrecciare morbidi dialoghi digitali, sull’epidermide infuocata il desiderio incubato dietro la superficie, giù nel segreto pulsante più geloso. Un mosaico di sguardi che si colgono come frutti accesi, una sete che si spegnerà nel calare delle ombre.

FELICEMENTE…

Alla felicità spesso non c’è alcun rimedio. Ci tocca subirla senza poter neanche protestare. La sensazione che si moltiplica nei nostri nervi, sotto le radici dei peli, nelle cavità oscure tra i denti, nel flusso disordinato dei globuli rossi, non ci abbandona neanche quando una repentina lacerazione ci sfregia il sorriso, o una mano impensata ci assegna uno schiaffo che non avevamo proprio previsto. E non possiamo neanche riporne una porzione in conserva, in barattoli da dispensa, non se ne puo’ fare una pillola di salvataggio per quando il malore dell’esistenza ci sporge dal parapetto e lo spasmo diventa incontenibile.
Felicemente, dobbiamo sempre presentarci gioviali e farci riconoscere tali, allungare il collo tra la folla come in una foto di persone tutte risate e pacche sulle spalle, troppo alte in confronto a noi. Ma, quando ci tocca sgomitare e pestare i piedi al vicino, riprendiamo attracco con la terra e improvvisamente recuperiamo coscienza della discrepanza sostanziale tra felicità e soddisfazione. Non dovremmo mai confondere felicità e sazietà, poiché molti credono di non dover essere felici fino a quando non potranno dirsi soddisfatti, e, a meno che non siano uomini di poche speranze, non potranno mai neanche intravedere il traguardo. L’uomo è impasto di insoddisfazione e risate, di dolori amari e abbracci che stritolano il fiato.
Lo so che sapete già tutte queste minuscole banalità, non ho niente da insegnarvi; ma tutti questi sipari sollevati in successione non sono che un passo graduale. Un passo lento per dire che vorrei condividere questo frazione di vita che, magari o magari no, domani si dileguerà nel risveglio del mattino, ma che, per qualche tempo, ha lasciato ogni giorno sul comodino una scorta di respiro, un dono d’ossigeno per occhi spesso immobili di malinconia.

A CONTATTO IBRIDO

lo sguardo traccia fuoco
sulla terra inclinata
che giova alla pioggia
in evaporazione
ma appare frenata
a contatto ibrido
con la pelle al ritmo
delle cosce a pelo d’erba

ci sfugge divincolando
tra rughe di rocce
accidentato il viaggio
di un cavo d’occhio
che cerne il paesaggio in ombre
inchiesta del crisma di pace
che si reclude nella colla
della notte

“CENNI E SILENZI” DI ENZO SANTESE

Visto che ci ho ripreso la mano, tengo fede ad una promessa fatta circa un mese e mezzo fa e raccolgo, anche con la giusta distanza critica, le idee sul libro “Cenni e silenzi” di Enzo Santese, di cui ho curato la presentazione al LicenzePoeticheFestival.
Enzo Santese è scrittore, critico d’arte e intellettuale triestino e lavora da anni alla diffusione della cultura su scala locale e nazionale, impegnandosi anche nella riflessione su metodi e materiali del fare artistico. Enzo accenna nelle sue poesie una linea pittorica del paesaggio esperienziale che appartiene alla sua maturazione e alla sua vita di uomo di confini. Trieste, estrema propaggine a est d’Italia, capitale storica dei flussi culturali migratori, manifesta le sue peculiarità in una natura aspra e generosa al contempo, ed Enzo riversa tutta questa varietà nei suoi versi, raccontandoci distanze e vicinanze di mondi e uomini spesso in conflitto tra loro. Questa profonda volontà di pacificazione tra le fazioni si manifesta nell’impasto tra immagini e parole, tra uomini e vegetazione, tra diverse specie di animali poste a convivenza ineludibile e infine accettata e ben accolta.
Il tema dell’incontro, o dovrei dire degli incontri, vista la moltitudine di visi che s’affacciano nelle pagine del libro, diviene il cardine su cui gira l’intero impianto di “Cenni e silenzi”. Il libro si struttura infatti come un diario di gesti e saluti, di avvicinamenti e allontanamenti quotidiani in cui gli uomini, aperti e diffidenti allo stesso tempo, si riconoscono in fondo tutti tra loro imparentati, attraverso un sottile gioco di segni e allusioni che li mettono in comunicazione reciproca. La poesia riflette questo toccarsi, questo sfiorarsi nella sua palpitante sensualità e nel suo scintillante cromatismo che ci restituisce in maniera efficace il fascino della terra triestina, paesaggio pietroso ma inevitabilmente attraente.
In questa attività di descrizione delle quinte di fronte alle quali si svolge l’esistenza, i modelli, i punti di riferimento (Leopardi e Baudelaire i classici, Montale e Zanzotto i moderni) fungono da trampolino dal quale lanciarsi verso un racconto franco e appassionato dell’inquietudine di vivere, delle relazioni umane e sentimentali. La donna in particolare dimostra di essere creatura sfumata e duplice, angelo della mitezza e della pacificazione, ma anche nodo di dubbi e scontri, e spesso il tu cui si rivolge Enzo muta le proprie forme da essere umano in città, ricordando che Trieste va vissuta e goduta come oggetto controverso di desiderio. Potremmo quasi asserire che tutto “Cenni e silenzi” è sostenuto dal contrappunto continuo tra l’oggetto percepito e l’emozione soggettiva che esso suscita nello scrittore, prendendo forme e direzioni sempre imprevedibili come è imprevedibile la nostra emozione.

MANIFESTO ANTIRAZZISTA

Lancio a tutti i lettori di questo blog (che ringrazio per l’affetto che dimostrano nel leggere le cose del matto qui presente) un breve invito a firmare il “Manifesto degli scienziati antirazzisti 2008″, la cui stesura è stata ideata dal Sindaco di San Rossore, dove nel 1938 furono promulgate le leggi razziali fasciste. Il documento è stato redatto e sottoscritto da personaggi importanti e di indubbia intelligenza del panorama culturale italiano e si dimostra un’iniziativa che vale la pena appoggiare, in un periodo di continui proclama contro la mescolanza dei popoli, contro l’apertura e l’accoglienza, contro l’integrazione delle culture che, sebbene siano teorie di difficile e complessa applicazione, sono la struttura portante di una società libera, dinamica e più solida proprio perché multiforme.
Cliccando su questo link, potrete andare sul sito della Regione Toscana dove troverete il Manifesto e il form per poter sottoscrivere anche voi il documento.

Manifesto antirazzista

Manifesto antirazzista

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