Archivio per Marzo, 2009

DOPO CAFFÈ POESIA

Volevo ringraziare tutti coloro che erano con me, fisicamente e spiritualmente, giovedì sera al mio reading al Caffè del Viale. È stata una serata davvero speciale, un intreccio emozionante di parole e musica, grazie al bravissimo chitarrista Walter Pignotti, uno stimolo alla performance reciproco, e per me personalmente un’occasione di rivisitare alcuni miei testi di qualche anno fa con cui i legami s’erano un pò sbiaditi.
Per avere qualche souvenir fotografico, potete cliccare qui.

UNA PROCESSIONE DI MONOSSIDI

Sesta serata alla Tribù dalle pupille ardenti. La noia, argomento vasto e multiforme, a cui personalmente sono abbastanza allergico. Non amo la ripetizione, il solco identico del dito sulla tavola, la coazione del quotidiano, sebbene sia un sostenitore accanito della vita “regolare” e “riposante”. Il mio, un rifiuto di un abbandono all’onda dell’immobilità, un’esigenza interiore di dinamismo che mi offra sempre varianti e stimoli. Ma l’esigenza non travalica mai il confine, non è quello che serra il respiro: non coincide con quell’inquietudine che è senso di caducità e che pungola incessantemente a terminare per iniziare di nuovo. Lo stimolo non è condanna, la condanna è quello che non si sceglie da soli.

una processione di monossidi
allaga il naso dai finestrini
eccede la cura nelle frasi che
s’annebbiano nel fondo collina
raramente appare una voce
nel cellulare in ricerca di sostanza
e il cambio esige accuratezza
come il bollore nelle pentole
che incitano a sopravvivere

nella ferita delle prospettive
si discerne di rado un rifugio
aggira tuttavia la sequenza
assolve gli occhi polverosi

la giacenza dei giorni nel piatto
che non saziano né illudono
sevizia e s’impone all’oggi
gonfia ogni ripetuto risveglio

* * * * * * * * *

è lì nella cadenza scarna
dei pensieri in credenza il volo
cauto della starna sulla rimanenza
di ciotti di fiume
a fiotti
s’aggetta il ponte tra sole e ricordi
nel lucido che pulsa e arresta
nei fiordi lenti a seccare nelle notti
che il sonno rifiuta
e tu menti
tutto brilla alla tua fronte
la fune annoda e l’ansia è muta

ANTIDOTO E CARBURANTE

Nella stanza s’è addensato un sapore di sera che spegne ogni desiderio di operosità. La cena è stata come al solito più consistente di quanto progettato. Le macchie sulla tovaglia ricalcano l’enigma di un libro che sosta su divano. Fin quando non si sparecchia la svogliata trafila di doveri da rigoverno. Poi la notte muta sincronicamente ai versi che vedo sfogliarsi piano dalla pagina. Io, i miei versi li ho contati nel pomeriggio, chiedendomi come mai i giorni me ne esigano tanti, così martellanti e identici, una tortura di parole che però, miracolosamente, destituiscono rabbie e saturazione.
Purtroppo, piatto e padella rilasciano ora dal lavello una indiscreta tristezza, che soltanto una carezza potrebbe deviare, con un unico gesto, un accenno di vicinanza, riuscirebbe di sicuro a mettere in fuga ogni lusinga alla dispersione. Malauguratamente, le palizzate crollano a terra, complice il brusio slittante delle auto e dei passanti sui sampietrini del sabato sera, proprio quando le catene del piacere avvincevano braccia e gambe, sebbene il sonno grondi già dalle palpebre.
Eppure, sono convinto che ci sia nel segreto delle viscere un calore esplosivo che farà da antidoto e carburante.

DI LACRIME E D’APNEA

La quinta serata della Tribù dalle pupille ardenti aveva per argomento “L’inquietudine”, tema quanto mai appropriato per i frequentatori della nostra bottega di scrittura. Tutti hanno dato il loro contributo alla definizione del termine inquietudine, delineando sbozzo a sbozzo un’immagine di un sentimento che toglie il respiro ma di cui sembra non riusciamo a fare a meno.
Per me personalmente la sensazione più attinente a quello stato emotivo è la mancanza di respiro che ho cercato di trasferire in questa poesia:

DI LACRIME E D’APNEA

trascorsero alcune decadi

tuttavia ancora tra incudine
e cervello ci sospende
alla spina della schiena
che s’aggomitola sulla latitudine
di tempo sgranellato
e mai sazio

in lumine il sipario a schiudere
distinguerà lamine ed orizzonte
passando goffi ci si animerà
di pianti e d’apnea
lambendone il sapore
le ferite decifreranno

UNA SERA SVAGATAMENTE EVERSIVA

“L’underealismo è voglia di scoprire tutto ciò che di bello c’è sotto il fango della realtà”. Questa è la definizione con cui Alessandro Seri, il 20 dicembre 2008 alle ore 9.26, perimetra una corrente del suo flusso di coscienza poetica che prende in considerazione lo scavo, il saggio geologico sotto le nostre spesso sudicie vite, per capire se sotto sotto scorra acqua sorgiva fresca e depurativa.

L'underealismo secondo Francesca Gentili

L'underealismo secondo Francesca Gentili

Fermo restando che personalmente non credo nell’esistenza di qualcosa di bello sotto il fango poiché il sublime è una categoria ormai logora e dobbiamo arrenderci all’idea olistica che tutto, bozzolo e crisalide, concorrono alla creazione della bellezza. Fermo restando anche che non credo a categorizzazioni di bene e male, che sottostanno alla dicotomia bello/brutto e ne intessono il concetto. Fermo restando che credo si debba spogliare la realtà del sudiciume di cui sopra per goderne appieno ogni sfumatura di colore, senza però dimenticare come la realtà spesso, da vestita, non sia poi così affascinante.
Fermo restando ciò, anch’io ho partecipato al quarto incontro della Tribù in cui l’underealismo era tema e filo conduttore della serata, ma, per i motivi testé esposti, non ho subito il pungolo dell’argomento per produrre materiale interessante da dibattito, tantomeno per scrivere qualcosa di davvero decente. L’unica cosa uscitami fuori è questa:

UNA SERA SVAGATAMENTE EVERSIVA

non vorrei, proprio eviterei
di deflorare i criteri
di una pelle da indossare
sgualcirci l’adipe
e macellare la conversazione
svagatamente eversiva

l’augurio, solo non incrociare
bontà da alternarsi
a consolazioni dello sfrego ai polsi,
finché la stagione passi
e ci allevii dall’ottimismo…
ops, dall’overottimismo