Archivio per Aprile, 2009
PACTA SUNT SERVATA
Nel frattempo, da più di una settimana, si è chiusa anche la sesta stagione della Tribù dalle pupille ardenti, e l’argomento non poteva che essere “la fine”.
Nessuno ci vieta di immaginare un ponte che ci trasporti da una strada ad un’altra, che il cammino non termini nel vuoto e che magari siano delle corde intrecciate e malsicure a condurci all’inizio di nuovi passi e nuove storie, una nuova memoria da colmare e conservare gelosamente. In ogni caso, ogni volta che chiudiamo gli occhi, ci si offre l’opportunità di riaprirli, senza mai perdere la passione di un nuovo giorno, di una nuova sfida a cui sorridere.
PACTA SUNT SERVATA
a piombo
giù dal pomeriggio
come dalle guglie di ostra vetere
come un cristo incolore, senza carte
né crediti di salvezza, le lettere
di presentazione ormai vacue
straight to hell, boy
e non si soffia sui tizzoni
in dispersione
ma ancora si svela la strada
dalle palpebre ci si salva
la breccia appaga e non disseta
CAFFÈ POESIA – SECONDO APPUNTAMENTO
Ieri sera, al Caffè del Viale di Macerata, secondo appuntamento di Caffè Poesia, letture di poeti contemporanei “consumate al banco”. Di scena, Lucilio Santoni, bravissimo poeta sambenedettese che ci ha accompagnato tra i suoi testi di prosa-poesia, tra i temi fondamentali della riflessione letteraria e umana in generale: l’amore, l’odio, la diversità, l’orrore della specularità tra noi e l’Altro, la caducità dell’esperienza umana sulla terra. Una scrittura poetica densa, dalle figurazioni particolarmente incisive, e un dialogo serrato tra il poeta ed il pubblico, un confronto di sensibilità coinvolgente che ha sicuramente arricchito i partecipanti alla serata. Qualche foto la trovate qui.
AIUTO, I CLONI!!!
Un caro amico della Tribù ha voluto autoledersi e ha scritto questo:
MARCO
La pioggia di stagione incrina la trama buia dei vetri
e richiama la consunta abitudine
di mandare le lacrime a rovescio
nel labirinto delle supposizioni
l’affanno polveroso del cruscotto
confonde lo sguardo fratturato da Wil Coyote
che schizzi sul basso orizzonte delle mie sopracciglia.
È un po’ che non fumo
non ho scuse per la mia raucedine.
Un grazie immenso a Gianluca e a tutti quelli che mi dimostrano con un sorriso quanto non gli sto antipatico…
AL TUO PREDETTO SOSPIRO
Lunedì sera, alla Tribù, per quell’ironia feroce che spesso ci mette seriamente in difficoltà, si è discusso di indifferenza. Io, che ho da sempre un’avversione biologica a questo sentimento, ho calcato un pò la mano sulla deriva che le nostre comunità stanno vivendo, lo sgretolamento anche del puro senso di specie che ci sta disgiungendo gli uni dagli altri. Ma ho anche ricordato che alcune persone, grazie anche all’aiuto di “buoni maestri”, vivono la “normalità” della sensibilità verso gli altri, spinti non dall’esigenza interiore di “appagarsi” del bene fatto agli altri, bensì dalla volontà di ristabilire un equilibrio tra sé e gli altri, di aiutare chi non ha più quello che dovrebbe avere. Un profondo senso di giustizia e umanità.
AL TUO PREDETTO SOSPIRO
alla luce del ballo involontario
si spegne il pugno e t’irretisco
nell’istante ancora muto si vacilla
il pallore guadagna un nesso
al tuo predetto sospiro
ora mi ritiro perché m’infosco
dei nervi tirati, delle travi
dei nodi ancora vivi
ora non mi guardate, getto via
il volto nell’acqua spalancata
chi dragherà i giorni cercherà
attenuanti e respiri piani
ad addormentarci sulla soglia
* * * * * * *
ma se non ti parlo
non ti sento neanche più
ho eliminato ogni pagina
delle tue carezze smarrite qui
rimaste asciutte a souvenir
IN CLIMI DISARMATI
Quando penso che può esistere un altrove dove strade, spigoli, specole di cielo chiaro hanno la forma del sogno, del desiderio irrealizzato. Quando figuro questo e mi tremano le dita pensando che questo accade in questo stesso emisfero, a volte anche sotto gli occhi ciechi che continuano a lacrimare per la compressione immorale del superfluo. Quando cancello, in un immediato sollievo, in un gesto che scivola sul piano del rimorso, e mi sembra tattile la pelle di quelle palpebre che non si chiudono più per il terrore e l’acidità del fumo, per l’inesorabile ingombro della morte. Quando addento senza vergogna uno scarto di tempo, senza benedirne il sapore né apprenderne la sapienza delle molecole, senza addentrarmi negli abissi fondi che portano il peso delle ere che abbiamo assoggettato.
Quando invece le lacrime rispecchiano le chiazze di veleno che s’inabissano nei pensieri, tramandone il disfacimento, e nello specchio non sento eco del mio viso. Quando le mani s’accartocciano contro il muro dellle distanze, restando opache, con addosso il grave silenzio della nebbia. Quando mi pianto nel terreno, in attesa di svegliare il sorriso in climi più benevoli, disarmati.



