Archivio per febbraio, 2011

STRIDE UGUALE

Si torna alla Tribù per una serata dedicata al tema “esportare”, affrontato dalla prospettiva esistenziale (uso questo termine sebbene non mi piaccia affatto) ed universale, tralasciando per un momento le vicissitudini quotidiane per cui il problema principale è esporare più prodotti possibile, esportare metodi e sistemi ideologici, culturali, politico-economici. Si è tentato, con qualche difficoltà ma anche con molta densità, di comprendere la necessità dell’uomo di esportare, per poi decifrare quelli che sono gli atteggiamenti dominanti nella nostra cultura, ragionando su come il “fuori da sé” interessi, attragga e a volte condizioni talmente tanto da convincerci a potervici identificare.
Mare magnum in cui navigare con cautela, pagaiando tanto, magari qualche volta a vuoto, ma con la costanza e la dedizione della ricerca inesausta. In poche parole, sembra quasi che a volte si colpisca troppe volte lo stesso chiodo: Manuel Caprari ha infatti rimarcato l’eccessiva stanzialità su un unico argomento, raffrontandola con i numerosi spunti che si alternano in una discussione al di fuori del nido tribale. Io non mi sento del tutto d’accordo, poiché questo termine di paragone non contempla a mio parere la possibilità di concentrazione su un unico oggetto, opposta alla “pericolosa” ipertrofia contenutistica che si verifica nelle conversazioni quotidiane, facendo scivolare il confronto dialogico verso l’esposizione. L’esposizione, il porre in mostra numerosi “pezzi”, una moltitudine a volte disordinata di spunti che però tali restano, non temprati al fuoco della controversia, del contaddittorio animato. In termini telematici, un modo 2.0 di concepire il rapporto tra le individualità, un interfacciarsi di profili fb, una colata di post su blog che mal digeriscono il commento, l’emendatio, la correzione, la spallata del lettore (che dovrebbe essere) interattivo.
Alla Tribù io mi sono sentito di sottolineare la necessità di un equilibrio tra “esportare” ed “importare”, poiché, nell’eccesso di voler percepire noi stessi come specchio dell’agorà, della sua influenza sul coccio vuoto che è il soma trascinato quotidianamente, rischiamo di conformare la piazza, gli altri, l’Altro, al canone che noi di Esso abbiamo prefissato. L’individuo esiste, ed è giusto che esista, relazionandosi in maniera dinamica e rispettosa con la comunità, e non nascondendovisi dietro.
Lo spunto mi ha portato più lontano della motivazione iniziale, quindi mi riconduco al testo nato nel seminterrato tribale:

sono ormai perse le chiavi
per evitare lo spavento procurato
ad ogni avvento di millenni
da lune calve, dimezzate

ogni sabbia stride uguale sotto i denti
diversa la bestemmia, codice
senza più pietra d’angolo.

I DATI

Sono annullato, dietro le pupille esiste solo l’intermittenza della banalità. Sono di fronte al destino di dati che schiacciano la profondità, sono dati di altri, un abbeveramento decantato, ormai solo refluo, poche proteine, nullo appagamento. Se chini un momento le spalle e afflosci su se stesso, non senti più che cellule, e sotto niente tensione, niente convinzione ossea, niente di niente. I dati scorrono, si sostituiscono come le facce che emergono dalla luce di fuori, dove tu non ti avventuri, dove i muri non ti appartengono e chiedi scusa della tua presenza. I dati aderiscono tra loro e quindi si muovono, arretrano e poi esplodono tra le mie mani, dove non trovano sedativi o custodie contenitive. Provo a staccare le mani, ad isolarmi dal frastuono, avvolgo le braccia alle faccende lontane dai dati, ma poi mi manca l’affidabilità e rispondo sì alla voce che stride dietro quell’angolo della stanza. Sono qui con la materia instabile, irresoluto se ingoiare a fare scudo con le mie interiora, o lanciare più fuori orbita che posso. Davanti ai dati sto decidendo.

GRAFIA DI MADRI E CORTILI

L’inverno troppo freddo, le influenze di astri dispettosi, la stanchezza e l’esasperazione, un raschio di sottofondo ai giorni: troppi elementi si sono combinati tenendomi lontano dalla Tribù cui mi riconduco con piacere in una serata davvero stimolante. Il tema, “Migrazioni”, ha scatenato reazioni a catena che, dal viaggio che ognuno di noi è costretto a compiere riportandone tuttavia esperienze che comporranno l’ossatura della soddisfazione di sé, ci ha portato a delineare modi altri di interpretazione del tempo, da orizzontale, con uno scopo e dei sacrifici da accettare per poter avanzare, a verticale, con un accumulo che non esclude nulla dal bagaglio, che contemporaneamente ci identifica in più facce, in più rivelazioni che escludono il tempo, poiché esiste soltanto il viaggio, eterno come nel tempo del Serpente Arcobaleno degli aborigeni australiani, senza meta apparente, se non noi stessi.

l’altitudine ci traccia in verde e sabbia
un’ombra di bianco a confine
dove si scrive la cifra con grafia
di madri e cortili

nei piedi la piena delle piaghe
accese dai sentieri divorati
qualora sul vento non si resista
di sosta non ci nutriamo
ma d’amore che morde
fino allo strapiombo

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