Me ne rendo conto soltanto quando un attimo abbasso il volume dei giorni e sveglio i ricordi che assopiscono lungo il ciglio delle esasperazioni quotidiane. Esserepostpunk: forse una tipica sensazione per chi, già una ventina d’anni fa, ha accettato di vivere, di consolarsi della noia della provincia deprimente e devolvere le proprie forze alle panche unte delle piccole, sempre più sparute osterie borgatare. Ma io: sono arrivato quando già il punk si era dissolto e miscelato nell’ultima cartina, e mi sono abbronzato alla luce ciancicata delle cassette registrate da vinili sbreccati. Il massimo del lo-fi, il massimo dell’artigianalità della rabbia. Un ordigno fatto in casa, amorevolmente, senza cedimenti né diminuzioni di volume. Al limite, le palpebre che non stanno su quando, alle quattro del mattino, il vino non imbocca più la via della gola e credi sia meglio farsi una dormita con i Clash nelle cuffiette. Ma niente meno di questo.
Dopo quindici anni: the law won, la cresta si è spenta arrendendosi alla calvizie ed il velluto dei pantaloni accetta il rigore delle coste, morbide e vetero-comuniste, ma purtroppo maleodoranti di sconfitta. Resta solo la notte appenna accennata, quando ancora qualche conformista ubriaco di circostanza sgrulla le sue grida retoricamente dejà-enténdues. Soltanto l’ultimo pezzo, che mi seduce le orecchie dalla playlist estesa grazie al PC, un estraneo che accompagna per mano la mia insonnia e poi mi consiglia prudentemente di coricare ogni nostalgia ed aspettare rinnovate bufere.
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