Anche se non era proprio ieri, continuo ad usare lo stesso titolo (mi affeziono sempre ai titoli…), per raccontarvi la serie degli incontri di lettura “Abbracci di culture” alla Biblioteca Filelfica di Tolentino. Mercoledì scorso il libro di cui abbiamo discusso era Digiunare, divorare di Anita Desai, forse la migliore scrittrice indiana vivente, e l’occasione è stata utile per ragionare su alcuni luoghi comuni delle differenze culturali che ormai diamo per assodati e che dovremmo invece sfatare.

La storia raccontata nel libro non è particolarmente interessante, anzi tutto il contrario: il fulcro della narrazione è una tipica e noiosa famiglia indiana benestante, ingorgata nelle soffocanti abitudini quotidiane e avvolta come in un sudario dall’ineluttabilità di ruoli ed obblighi familiari. Le vicende sono semplici, scontate nel loro grigiore: un matrimonio in pieno accordo ma senza sentimento, figli allevati secondo regole tradizionali (le femmine pensano alla casa e a trovarsi un buon partito; i maschi studiano per rivestire ruoli professionali importanti ed essere così l’orgoglio dei genitori). Tutto accade con la monotonia che colma ogni angolo vuoto, e non bastano le crisi isteriche della figlia un po’ meno “normale”, Uma, a sconvolgere equilibri calcificati del ferreo e sordo governo di «mammapapà», come li definisce la narratrice.

Questa asfissia non coinvolge e sommerge soltanto l’immobile società indiana, ma anche il dinamico, modernissimo e caotico popolo americano, rappresentante di tutti i pericoli e difetti che contraddistinguono il progresso occidentale. Lo specchiarsi l’uno nell’altro dei due modi di pensare, al di là delle differenze superficiali, appare evidente su piani e aspetti imprevisti, come ad esempio il cibo ed il cerimoniale che ruota intorno ad esso. Nella duplice immagine che dell’atto del mangiare hanno le due culture, si ritrova un avvilente esito comune: se la civiltà indiana attua una ritualizzazione estrema del pasto svuotandolo del suo originario significato, gli americani ne sviliscono ogni valenza aggregativa familiare. Alimentarsi si trasforma in un atto compulsivo che induce a ingoiare cumuli di junk food che non può appagare e costringe alla solitudine bulimica del rigetto nel water.

Neanche Uma e Arum, i due goffi figli “ribelli” al loro ruolo di meri spettatori, riescono a sottrarsi alla violenza della routine sottomettendosi infine all’afa dell’estate che annulla le forze.

Un libro di forte critica, scritto con una semplicità quasi chirurgica che non risparmia nessuno dei due mondi raccontati, avvincente e inclemente.

Vi aspetto al prossimo incontro a Tolentino, il 30 Aprile: parleremo di Lettere contro la guerra di Tiziano Terzani.

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