Il giorno dopo la festa della donna e la sua quanto mai propagandistica celebrazione come pilastro della vita, della società, dell’intelligenza dell’uomo egemone, leggo con facilità e rapidità il libro “Al mondo” di Teresa Zuccaro. Il titolo non vuole essere un omaggio, una dedica, bensì una dichiarazione d’appartenenza, un’identificazione chiara e netta con l’umoralità che la Terra (femmina) dimostra in ogni sua azione e che si dispiega, si concretizza poi nella proteiformità degli agglomerati di molecole.
Spesso la Zuccaro umanizza, rende emotiva la spiegazione dei processi naturali, rispecchiando in essi i nostri vezzi e difetti, ogni nostra umana (e quindi decodificabile ed accettabile) debolezza, praticando una analogia stretta tra essere umano e creato. Il primo si specchia nel secondo, accogliendone il senso di necessità fisiologica; il secondo acquista un valore soprasensibile e non più meramente meccanicistico, gratificandosi nell’atto di provare sentimenti:

L’ALGA

Come averne paura?
Quel suo farsi trascinare
dalla corrente
ne fa un tipo spento,
insignificante,
senza temperamento.
n realtà, cela la sua natura.
Guai a toccarla:
perfidamente,
è pronta a rivelare
un’indole urticante.
(pag. 19)

Un’altra poesia, molto bella e ritmicamente piacevole, nel suo essere un pò filastrocca e un pò cantilena per soldati al posto di combattimento, sembra raccontare la continua allerta dell’uomo tra gli innumeri pericoli del “suo” mondo:

IL PESCE DEGLI ABISSI

Dove suono aggiunto a suono
dà silenzio di tomba
dove luce su luce
è uguale a nero, e
tre mari più sei fiumi
fanno zero
fluttua il mio lumicino
e non si arrende.
(pag. 25)

Più avanti, all’umoralità delle creature (in senso ilozoista) marine, succede il confronto con il piano dell’alterità, dello spazio, del Cielo (stavolta di segno maschile), sideralmente lontano dalla Terra e spesso incompatibile con essa. Per traslato è facile interpretare questa inconciliabilità con le asperità del rapporto amoroso, come nella poesia “PIANETI”.
Questo perenne dissidio tra le parti che compongono l’universo produce “ANOMALIE” (titolo emblematico di una sezione del libro), poiché ogni azione dell’essere umano sembra irrimediabilmente ricercare il dolore, il conflitto, il malessere in una vita spesa nella caparbia irremovibilità dalle proprie posizioni. Al contrario, la Zuccaro vorrebbe prima o poi esaudire “questo assurdo e intenso desiderio/di essere un pianeta/in cui la vita non sia una lotta”.
Nonostante l’irriducibile incomprensione che vige e domina tra i due emisferi dell’Universo, maschile e femminile, la scrittrice non si arrende e prende in considerazione ogni esile possibilità di ricongiungimento (come si legge esplicitamente nel titolo di una delle sezioni del libro, “UNIONE”). Un’unione giudicata possibile, se non con l’oggetto particolare del sentimento d’amore, almeno con gli elementi che compongono il cosmo. L’operazione di riconoscimento e ricongiunzione non esclude difficoltà o fallimenti:

[…] il cuore non si è mosso da casa:
scandisce i secondi e guarda la porta
che rimane chiusa.
* * * * *
[…] sono a pezzi, tuttavia
appaio intera, ebete e sorridente.

Si sente tuttavia che il percorso à rebours verso uno stadio aurorale della coscienza rappresenta un’esigenza pressante, anche come azione di riscatto sociale dalla gabbia asfissiante delle convenienze, delle vuote formalità. Dalla schiettezza, che procede dalla liberazione da maschere e sotterfugi, la poesia acquisisce una sorta di distaccata e dolente ironia, ma anche una nuova libertà espressiva che permette confessioni e invettive appassionate. Il libro si conclude con un’estrema dichiarazione di poetica:

[…] la verità non mi interessa,
solo il mio desiderio
che spesso è il suo contrario.

La Zuccaro si chiede nella chiusa: “Io sono Nessuno, e tu?”, presupponendo d’incarnare l’origo mundi del Big Bang, il silenzio a cui il suono primordiale ha dato forma. E forse questo suono è stato una voce di donna.

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