Visto che ci ho ripreso la mano, tengo fede ad una promessa fatta circa un mese e mezzo fa e raccolgo, anche con la giusta distanza critica, le idee sul libro “Cenni e silenzi” di Enzo Santese, di cui ho curato la presentazione al LicenzePoeticheFestival.
Enzo Santese è scrittore, critico d’arte e intellettuale triestino e lavora da anni alla diffusione della cultura su scala locale e nazionale, impegnandosi anche nella riflessione su metodi e materiali del fare artistico. Enzo accenna nelle sue poesie una linea pittorica del paesaggio esperienziale che appartiene alla sua maturazione e alla sua vita di uomo di confini. Trieste, estrema propaggine a est d’Italia, capitale storica dei flussi culturali migratori, manifesta le sue peculiarità in una natura aspra e generosa al contempo, ed Enzo riversa tutta questa varietà nei suoi versi, raccontandoci distanze e vicinanze di mondi e uomini spesso in conflitto tra loro. Questa profonda volontà di pacificazione tra le fazioni si manifesta nell’impasto tra immagini e parole, tra uomini e vegetazione, tra diverse specie di animali poste a convivenza ineludibile e infine accettata e ben accolta.
Il tema dell’incontro, o dovrei dire degli incontri, vista la moltitudine di visi che s’affacciano nelle pagine del libro, diviene il cardine su cui gira l’intero impianto di “Cenni e silenzi”. Il libro si struttura infatti come un diario di gesti e saluti, di avvicinamenti e allontanamenti quotidiani in cui gli uomini, aperti e diffidenti allo stesso tempo, si riconoscono in fondo tutti tra loro imparentati, attraverso un sottile gioco di segni e allusioni che li mettono in comunicazione reciproca. La poesia riflette questo toccarsi, questo sfiorarsi nella sua palpitante sensualità e nel suo scintillante cromatismo che ci restituisce in maniera efficace il fascino della terra triestina, paesaggio pietroso ma inevitabilmente attraente.
In questa attività di descrizione delle quinte di fronte alle quali si svolge l’esistenza, i modelli, i punti di riferimento (Leopardi e Baudelaire i classici, Montale e Zanzotto i moderni) fungono da trampolino dal quale lanciarsi verso un racconto franco e appassionato dell’inquietudine di vivere, delle relazioni umane e sentimentali. La donna in particolare dimostra di essere creatura sfumata e duplice, angelo della mitezza e della pacificazione, ma anche nodo di dubbi e scontri, e spesso il tu cui si rivolge Enzo muta le proprie forme da essere umano in città, ricordando che Trieste va vissuta e goduta come oggetto controverso di desiderio. Potremmo quasi asserire che tutto “Cenni e silenzi” è sostenuto dal contrappunto continuo tra l’oggetto percepito e l’emozione soggettiva che esso suscita nello scrittore, prendendo forme e direzioni sempre imprevedibili come è imprevedibile la nostra emozione.

Annunci