Alla felicità spesso non c’è alcun rimedio. Ci tocca subirla senza poter neanche protestare. La sensazione che si moltiplica nei nostri nervi, sotto le radici dei peli, nelle cavità oscure tra i denti, nel flusso disordinato dei globuli rossi, non ci abbandona neanche quando una repentina lacerazione ci sfregia il sorriso, o una mano impensata ci assegna uno schiaffo che non avevamo proprio previsto. E non possiamo neanche riporne una porzione in conserva, in barattoli da dispensa, non se ne puo’ fare una pillola di salvataggio per quando il malore dell’esistenza ci sporge dal parapetto e lo spasmo diventa incontenibile.
Felicemente, dobbiamo sempre presentarci gioviali e farci riconoscere tali, allungare il collo tra la folla come in una foto di persone tutte risate e pacche sulle spalle, troppo alte in confronto a noi. Ma, quando ci tocca sgomitare e pestare i piedi al vicino, riprendiamo attracco con la terra e improvvisamente recuperiamo coscienza della discrepanza sostanziale tra felicità e soddisfazione. Non dovremmo mai confondere felicità e sazietà, poiché molti credono di non dover essere felici fino a quando non potranno dirsi soddisfatti, e, a meno che non siano uomini di poche speranze, non potranno mai neanche intravedere il traguardo. L’uomo è impasto di insoddisfazione e risate, di dolori amari e abbracci che stritolano il fiato.
Lo so che sapete già tutte queste minuscole banalità, non ho niente da insegnarvi; ma tutti questi sipari sollevati in successione non sono che un passo graduale. Un passo lento per dire che vorrei condividere questo frazione di vita che, magari o magari no, domani si dileguerà nel risveglio del mattino, ma che, per qualche tempo, ha lasciato ogni giorno sul comodino una scorta di respiro, un dono d’ossigeno per occhi spesso immobili di malinconia.

Annunci