Anche se spesso non sembra, mi cerco in quegli angoli di pace, o almeno di sosta, che con estrema fatica si riesce raramente a guadagnarsi, e mi sdraio dentro me stesso a fermare la corsa, intralcio il traffico della mente soltanto per affermare un precedente, per sostituire con un alibi l’indolenza che spesso mi piega a tradimento.
Proprio in quei ritagli troppo limitati mi cerco, perché è forse l’unica attività che riesce a schiavare il portone, a lavare quella patina grigia che m’impedisce gli occhi. Forse perché non è difficile, nella pietrificata carenza di respiro che rallenta il ritmo cardiaco, sfondare i contrafforti e penetrare da un lato debole dentro la cittadella che gelosamente si nasconde alla nostra stessa comprensione.
Combattere dentro, oltre che combattere fuori. Ricavare un tunnel nel magma insolubile delle nostre difese, spegnere l’immunità che monta normalmente la guardia e ingannarci e raggirarci, avversari amichevoli, persino caritatevoli.
Non sempre la via d’accesso resta divaricata a lungo e presto le difese si riorganizzano e ricacciano ogni tentativo di invasione, ma già scalfire la corazza ci fa sentire capaci, ci premia con l’illusione di aver chiarito un codice, di aver tradotto un enigma.
A questo espediente, che ormai conosco troppo bene per non sembrare ridicolo quando il sapore d’entusiasmo scema d’un colpo, devo la ricomparsa del respiro, prima fioco e quasi un affanno appiccicoso, poi con cauta applicazione piano piano prende la forma soddisfacente di autentico rifornimento di spirito e slancio. Fino alla prossima asfissia.

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