Nella notte che si infrange dietro spinte sussurrate la caduta perpendicolare è sempre quella che ci schiaccia alla pioggia emulsionati, una fanghiglia di tristezze che ci facciamo pena a condividere, una ragnatela di accaduti e non impressi, di reticoli vischiosi mai del tutto cauterizzati, e noi, cimbali orfani di slancio, una vibrazione che si interrompe a far crollare le spalle, amari e teneramente tetri.

Una lenza che brucia nell’afa del tramonto, quando il pesce dubita e il pescatore lo conosce, lo sa e tace studiandosi il disappunto che cresce ispido lungo il raccordo del mento, una voragine a senso unico di idee che non stanziano che sospiri.

Adesso il colpo tende a sostare, a piegare le giunture della speranza e piomba ogni foro di respiro tanto per esserne sicuri di impungnare la vittoria, e poi sfoderare ogni rinfaccio a scudiscio sui volti già spellati e contenti.

Ma perché poi, non è questione da lunedì notte di indigeste attese.

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