Mai guardarsi troppo intorno, mai torcere all’estremo la parola pronunciata, già spremuta dalla nostra furtiva ragione di esistenza, per poi colarne via grumi di apprendimento, per distillare un magma senza sapore ma che noi esigiamo abbia e sapore e consistenza, sostanzioso boccone da metabolizzare e credere carne edificata.
La parola indaga ma non affastella uno sull’altro mattoni, non è argilloso accumulo di sostanze da depositare in depositi sicuri. La parola determina un limite ma non traccia mappe, non è catena che piaga e ricostruisce volti e storia. La parola deve lasciar credere senza scaturire stima, senza contratti poiché le regole devono essere nostre, e non della parola.
La parola è maestra e non carceriera.

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