Cos’è che voglio dalla mia attività di scrittore? è la domanda assillante che mi accompagna spesso nei momenti di riflessione e che poi conseguentemente riverso sulle persone che mi circondano e con cui mi trovo a discutere. Chiedo a chiunque un termine di confronto, una sponda su cui far rimbalzare la palla e capirne la traiettoria, e spesso mi trovo di fronte a suggestioni, pareri, indicazioni di itinerario molto diverse, spesso ancora opposte tra loro. Ma raramente, devo ammettere, sono soddisfatto di questi spunti poiché mi manca sempre qualche tassello, più o meno importante, per completare un quadro che, per il mio modo di vedere, è alquanto complesso.
Il divario con gli altri si esprime spesso nella concezione del “compito” che assegno alla poesia (nel mio caso, visto che non so far altro) e alla diffusione culturale (a volte sembro così invasato che la mia sembra un'”evangelizzazione” letteraria). Probabilmente per formazione (di ascendenza marxista), non riesco a non vedere nell’opera d’arte non solo un esercizio critico, ma anche un esercizio all’etica e alla socialità, uno strumento di educazione all’umanità, quindi politico nel senso lato della convivenza partecipata ad una comunità di uomini, più o meno ampia, più o meno complessa.
Capisco, e spesso anch’io ne sono preda, che la scrittura ha spesso una valenza di puro espletamento dell’umore vitale eminentemente personale e che quindi non pretende (anzi, rifugge) di diventare un paradigma correttivo, non castigat ridendo mores.
D’altronde, come avete letto nel post precedente, la parola non serve a definire in maniera inequivocabile quali siano le coordinate interpretative del mondo, bensì si propone come un fiammifero in una stanza buia, uno strumento di chiarificazione del reale ma che assegna al lettore intelligente, pensante (al contrario di come lo disegnano molti colleghi) il compito di risolvere il rompicapo e di trovare l’interruttore della lampadina. La parola deve stralciare il velo ma poi è il lettore che deve schiarirsi gli occhi mezzo addormentati fino a vedere nitidamente le cose che lo circondano e in mezzo alle quali esiste.
Proprio per questo la parola puo’ e deve allargare lo spettro sensoriale e sbaragliare i confini, divenendo scrittura “totale”, ma deve anche suggerire e suggestionare mantenendo un legame genetico con la materia pronunciata, quasi una comunanza di materiali costruttivi.

[continua…]

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