La terza serata della Tribù era dedicata al nero, all’assenza di colore, di visione, quindi anche all’impossibilità di godere della multiformità del panorama di giorni, incontri, paesaggi che ogni giorno abbiamo la fortuna di osservare. La negazione di questo spettacolo è la morte, o quanto meno la limitazione della nostra libertà di essere degli attori su quel palcoscenico. Per moltissimi questo doloroso impedimento è ragione sufficiente per prendere definitivamente commiato da ciò che amiamo ed andarcene via, tornare ad essere una particella fusa al tutto, e sarebbe dovere di tutti noi permettere a chi lo desidera di esaudire i propri desideri.

IN ABBRACCI ANGUSTI

dialogando ne guardo
lo sprofondo della gola
ne traccio l’impreciso assaggio
ne faccio il sondaggio toccando
negando il sapore e la pece
di un pomeriggio di decubito

sotto le calze il pallore s’indovina
come già conosciuto altrove
in altri abbracci angusti
tra i marmi e le candele nuove

s’inchioda il futuro sotto l’impiantito
nel muro sarà serbato il calco
di un sorriso ormai serrato

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