Sotto la palude di doveri che s’inarca dalle mani al piacere, ti trovi spiazzato e stizzito, come un uovo fuori dalla cova, un ragno che osserva impotente le proprie tele disfatte dalla incontenibile violenza della scopa. Il respiro s’ingorga nella distrazione, facendosi impercettibile e insufficiente, mentre ogni arto coagula alla sedia, un pastoio di viscere ed intenti che hanno smarrito la direzione. Giovasse ancora lo strillo dei dolori di cui è cosparso il mondo, oppure l’ignobile eccedenza che contraddistingue le nostre quotidiane intersezioni: neppure un singhiozzo o un chiodo che s’incunei nella crepa a sfaldare la diga. Un cemento d’indifferenze che intrappola e addolora.

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