Nella stanza s’è addensato un sapore di sera che spegne ogni desiderio di operosità. La cena è stata come al solito più consistente di quanto progettato. Le macchie sulla tovaglia ricalcano l’enigma di un libro che sosta su divano. Fin quando non si sparecchia la svogliata trafila di doveri da rigoverno. Poi la notte muta sincronicamente ai versi che vedo sfogliarsi piano dalla pagina. Io, i miei versi li ho contati nel pomeriggio, chiedendomi come mai i giorni me ne esigano tanti, così martellanti e identici, una tortura di parole che però, miracolosamente, destituiscono rabbie e saturazione.
Purtroppo, piatto e padella rilasciano ora dal lavello una indiscreta tristezza, che soltanto una carezza potrebbe deviare, con un unico gesto, un accenno di vicinanza, riuscirebbe di sicuro a mettere in fuga ogni lusinga alla dispersione. Malauguratamente, le palizzate crollano a terra, complice il brusio slittante delle auto e dei passanti sui sampietrini del sabato sera, proprio quando le catene del piacere avvincevano braccia e gambe, sebbene il sonno grondi già dalle palpebre.
Eppure, sono convinto che ci sia nel segreto delle viscere un calore esplosivo che farà da antidoto e carburante.

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