Quando penso che può esistere un altrove dove strade, spigoli, specole di cielo chiaro hanno la forma del sogno, del desiderio irrealizzato. Quando figuro questo e mi tremano le dita pensando che questo accade in questo stesso emisfero, a volte anche sotto gli occhi ciechi che continuano a lacrimare per la compressione immorale del superfluo. Quando cancello, in un immediato sollievo, in un gesto che scivola sul piano del rimorso, e mi sembra tattile la pelle di quelle palpebre che non si chiudono più per il terrore e l’acidità del fumo, per l’inesorabile ingombro della morte. Quando addento senza vergogna uno scarto di tempo, senza benedirne il sapore né apprenderne la sapienza delle molecole, senza addentrarmi negli abissi fondi che portano il peso delle ere che abbiamo assoggettato.
Quando invece le lacrime rispecchiano le chiazze di veleno che s’inabissano nei pensieri, tramandone il disfacimento, e nello specchio non sento eco del mio viso. Quando le mani s’accartocciano contro il muro dellle distanze, restando opache, con addosso il grave silenzio della nebbia. Quando mi pianto nel terreno, in attesa di svegliare il sorriso in climi più benevoli, disarmati.

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