Pensando che tanto è tutto inutile, che ogni parola è già stata fissata e decisa, che i patti sono ormai inscindibili, non facciamo che permettere alle mani che dirigono il mondo di sciacquarci via come la schiuma dalla lametta, come un retrogusto irritante che si nasconde con le spezie. La reazione che l’organismo cui (a volte a malincuore) apparteniamo oppone per annientare le nostre provocazioni non può mai essere davvero efficace se non lo permettiamo. Noi siamo l’unico vero antidoto alla nostra malattia dell’inanità cui invece abitualmente ci arrendiamo, come a scansare il senso di colpevolezza sotto il tappeto, credendoci incapaci di stringere nel pugno gli strumenti di combattimento. Forse questi arnesi appaiono irraggiungibili, lontani dalla nostra portata, o smisurati per le nostre minuscole mani, e ci limitiamo a vagheggiarli da rassicurante distanza, temendo quasi di poterci ferire col solo desiderio. La rivoluzione è troppo affilata per poterci concedere a completa sua disposizione, e troppo spesso risulta pressoché impossibile radunare un numero anche solo scarsamente sufficiente per riempire un corteo, una piazzetta, un loft, un monolocale. Mentre chi davvero rischia la recisione della libertà vive in altre latitudini e sfida senza troppe rassicurazioni la lama del potere, il rimbalzo della ferocia. Sa che presto o tardi, ma senza dubbio, qualcuno affonderà la sua carne sottoterra, e non è un impedimento, bensì la spinta al contrattacco.
Ma sapere di non aver scampo e permettersi l’alternativa a dover lottare per essere liberi, come se vi fosse davvero un’alternativa nascosta sotto il tappeto, sono due condizioni opposte che neanche riescono a vedersi, tanto è il fumo dei lacrimogeni nel vuoto di mare che le separa.

Scontri a Teheran

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