Mi accorgo di me fermo immobile nel pomeriggio, a scontare ancora le stranezze che la vita ci spedisce in tasca senza possibilità alcuna di cancellarci l’indirizzo dalla pelle e scucirci la predestinazione dal taschino. Un diluvio di nuvole decora nel cielo l’onda di un rammarico, non aver approfittato prima delle ore a disposizione e aver ordinato alle mani la litania delle faccende di casa. Quando, invece, c’è di sicuro qualcuno che mi avrebbe schiaffeggiato ed insultato, perché le reclusioni che non ho mai saggiato logorano anche le pazienze più genuflesse. Magari, a loro sembrerò sfrontato: come una vergogna che si legge anche dietro le motivazioni e l’ovvietà di una libertà rivendicata, anche a spendere la gran parte della giornata nell’accanimento di un’abitudine, benché superflua. Tuttavia un’abrasione che s’addentra a fondo si produce, non lo  nego, e sono io il primo a slabbrarne i contorni e spiarne le spire di lipidi e livori che s’intersecano laggiù, dove nasce ogni inclinazione. Forse, sarebbe il caso che cancellassi da me ogni vergogna…

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