Sarebbe per me un conforto accertarmi che tutti abbiamo trovato, almeno una volta nella vita,  un angolo caldo e pulito, magari anche non illuminato bene, ma che anzi proprio per questo abbia tenuto segrete quelle ferite che gli altri non avrebbero esitato a stuzzicare. Quell’angolo non deve necessariamente avere forma di paesaggio o di monolocale stipato di libri, videocassette, tazze di tè, vasetti con piantine secche e sgabelli carichi di riviste, a delineare una geografia ammobiliata e paziente verso i nostri umori.
Spesso è stato uno sguardo comprensivo seduto al tavolo sfregiato di un pub, una mano che si avventura fuori dal solito raggio d’azione per avvolgerti una spalla, concedersi lo scivolo di una carezza sulle tue delusioni a spegnere l’incendio che avvampa dalla tue parole. Altre volte sarà stata una passeggiata a risuonare sul pelo delle onde, sulla battigia che cancellava progressivamente la rabbia, quattro piedi che indugiano nel frammento di una confessione a mani disarmate. Ogni volta, una condiscendenza delle labbra, a lenire le infiammazioni dei gorni faticosi. Senza prescrizione medica, un rimedio cauterizzante per molte ferite.

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