Eccomi qui, un passo dietro la sua ombra, scollinandomi frettoloso verso la frana di fabbriche che neanche il Chienti argina, e mi mette l’angina l’idea di non essere in credito di tempo, bensì di doverne pagare agli attendenti, agli astanti, a quelli che stanno a fissarmi nel solco dell’umore, quasi sempre precipitato dietro la schiena, al colmo della disfida del destino, un millesimo di ciglia al di sopra del lecito, tra un pò sbattuto in faccia all’arresto, al testo da leggere e concedere, da inginocchiarsi e procedere all’innesto dell’imprevisto.
Mi riconosco nei lineamenti di un incubo che mi graffia e ancora bussa, o forse ormai non più, non decifro, non intelligo, non tengo più il rigo decadendo nel paragrafo, e forse ormai ritorni tu e buonanotte anche a Chiurchiù.

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