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A chiedersi un giuramento di fede si perde il ritmo della fiducia, e si chiude la paratia di fronte al ristoro che lo sciacquio del mare può offrirci nel gesto seppur impetuoso della marea d’inverno. La fede non s’arrotonda ad un dito, né costringe in un angolo, neppure assegna un luogo da scaldare e compiere un destino estraneo. Richiamandoci alle modalità rigide dell’ortodossia, la fede è come se ci incatramasse alla sua trappola di occhiate fiduciose, anelanti, e al tempo stesso si soddisfa della conferma di quel che ci impone con stizza da quando ci ha scoccato il maleficio. Pastoie a farci ansimare nel districo delle membra, ma la forza c’è di sgusciarne per poi cautelarsi da nuove lusinghe, eludere l’indagine di ogni parola impertinente. Non ci si giura, bensì ci si assicura gli uni agli altri, anche nel tuffo a precipizio, anche nell’approssimarsi dell’oscurità che incatena le certezze e ci consente soltanto un ormeggio di sguardi fidati.

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