Eh sì, non potevo che cominciare con lo slogan che ci ha accomunato un po’ tutti nell’età adolescenziale, in quell’era geologica che sembrano le scuole superiori. Forse è per questa estraneità derivante dalla incapacità di addentrarmi nell’apparente linearità delle regole matematiche, che alla fine del dibattito, come sempre costruttivo, della Tribù di lunedì sera, non ho scritto nulla, non sentendomi assolutamente attratto o intrigato dall’argomento. Credo che, al di là delle necessità della pura sopravvivenza (il semplice far di conto per riuscire a sbarcare il lunario e districarsi tra i conti e le bollette), credo che, dicevo, questa scienza “pura”, come è stata definita, sia uscita dalla mia vita (ma tanto queste saranno, come sempre avviene, le ultime parole famose…).
Quindi stavolta, invece del mio testo, vi lascio a testimonianza quello di Mary Aguglia, che mi ha permesso di pubblicare questi suoi versi secondo me molto belli ed intensi:

Fra buccia e polpa
scruti
rubi spazio
a braccia misuri
e chiudi il cerchio
in quadrati di pelle
mi sottraggo
al risultato
presa da vertigine grave
quasi affanno.
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