Sono stati giorni difficili, con una piena di sentimenti stridenti, con sobbalzi dell’umore e rabbie sfiatate solo fuori dal contesto che le aveva soffiate. Ma anche di strappi del velo che ricopriva come una polvere pesante i ricordi, e di gesti cui da molto tempo non assistevo, o almeno senza che la piaga ferisse profondamente anche me. Una morte è una morte, anche quando ormai chi muore per te era morto da lungo tempo. Se quella persona apparteneva al tuo paesaggio infantile, è come se avessero ritagliato il fondale e ti dicessero che è tutto come prima. No, non lo è, ma ti conviene accettare, come già avevi accettato per chi era radice ai tuoi muscoli. Tanti giorni erano trascorsi e quasi non ne palpavi più lo spessore ruvido.
Ancora scorre il graffio tra i polpastrelli e lo sento urticante nelle ossa, fino nella disapprovazione degli occhi a me affini, ma tuttavia mi si accende un sorriso rasserenato. Ci rifletto: con molta calma, e godendomi il sole che mi resta, tutto si quieterà, anche per chi ora sente l’offesa fin nelle viscere. Basta attendere.

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