Siamo qui, dove il mondo non si avvede, assogliolati dietro un angolo di finestra, a spiare se fuori scorre la luce o se i tronchi si saziano di pioggia. Inciampiamo nella nostra stessa lingua, quando sfugge alla nostra timidezza, e abbozziamo un pardon ad ogni respiro. La fedeltà alle lettere è ingenua e puntigliosa come un cinquenne ai suoi lego, almeno i cinquenni della mia età. Questo pudore che invece ci prude sulle labbra quando crolliamo di fronte alla lucida ottusità della vacuità organizzata: ci divincoliamo ma l’impasto è già freddo e ci cementa le intenzioni. Cinque ore ogni giorno, poi tutto dovrebbe respirare assonando con la passione, ma il tappeto ci tradisce stringendo i bordi a cappio e sciancandoci il passo altrimenti sicuro. Ma forse siamo noi gli storpi con piedi che non fanno che oscillare sulla pena accidentata dei ritmi.

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