Era abbastanza chiaro quello che stava succedendo: ogni passo avanti era un’imponente dispersione di forze e gli appigli cedevano ad uno ad uno sgretolando ogni respiro ripianato. Continuavo a spremere sorriso da ogni viscera rimasta ancora inattinta, ma i giacimenti piangevano carestia, e nel vuoto rintuonava il richiamo sordo e piagato che la sera mi si stendeva dentro tentando lenimenti, ma che ogni puntuale mattina chiedeva di prendere aria e affacciarsi al volto che ispidiva senza pietà. Lo svuotamento era abbastanza evidente e tangibile anche per chi, per amore incondizionato e suicida, si graffiava dita e labbra per scongiurare l’affondamento e mi sfregava gli sguardi, chiedendosi quando si sarebbero degnate, quelle magnifiche sorti e progressive che tardavano a squillare il campanello. Dal canto mio, esalavo sicurezza, cementavo ogni tremito con una solidità ovviamente inventata e posticcia, sigillandomi nell’attesa dell’inesorabile partenza delle speranze. Le valigie erano già accomodate tra i filami di un angolo dell’atrio, pozzi in cui stagnavano le mie ultime doti, sperperate per una bolletta o una polpetta rancida di fine stipendio.

Annunci