Due letture meridionali, gli ultimi due libri. Erri De Luca ed Ercole Patti: Campania e Sicilia, regioni geograficamente non lontane ma distantissime nel tempo e nell’atmosfera delle due scritture. Del primo, “Aceto, arcobaleno”, un volumetto snello come l’autore, nervoso ed appassionato, percorso da una scrittura misurata e visionaria, sommessa nei limpidi dialoghi tipici del Sud, senza sprechi né affanni, che lasciano trapelare un pudore asciutto ma mai arido. I gesti che si ripetono raccontano una pena del tempo che lentamente muore, ma soltanto per noi viventi che ce ne andiamo lasciando gli oggetti più resistenti di noi. E questa malinconica osservazione delle cose imperturbabili di fronte all’usura, è alla radice dell’affastellamento, del catalogo ossessivo che travolge la prosa leggera, delicata di Ercole Patti, narratore scoperto per caso per il romanzo “Un bellissimo novembre”, ma di cui stavolta ho letto il “Diario siciliano”. Quel che più impressiona di questi brani di vita dell’autore, minuti, inessenziali, è proprio la loro verità, la loro incandescente genuinità che raffigura scene reiterate nei secoli da uomini che sono e non sono sempre gli stessi. Essi rappresentano figure e ruoli che di volta in volta acquistano volti diversi, ma che non cambiano se non di fronte ai caterpillar della contemporaneità progressista che spazza via dalla sua strada ogni (presunta) cianfrusaglia per far spazio a nuovi oggetti che tuttavia non dimostrano di essere duraturi come i tappeti, le tavole in quercia, le chicchere da caffè, i lumi a petrolio che dominano da secoli il nostro paesaggio domestico.
Su entrambi i testi incombe l’ineluttabilità del vento che lentamente ci erode e che stenterà a salvare di noi una piccola, fragile traccia.

Annunci