Non appena si è aperta la finestra, si sono schiariti i contorni, mi si è resa accessibile la linea di grafia, ho capito che il fulmine si era spento, che ogni sgraffio elettrico non aveva che provocato vapori, effimere chiarezze che già annottavano nel ricordo. E spesso mi trovo a comparare tali evanescenze col complesso di trituramenti che accozzano dentro la testa, e poi non puoi che sputarli appena masticati. Tutto ciò mi risulta tragico e ridicolo al tempo stesso, come la nenia sfrigolante e senza futuro di un motore a scoppio. Produco scarichi che nessuno respira, neanche questa soddisfazione cancerosa che calcifica i giorni gli uni agli altri.

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