Ma come facevo prima? Troppa capienza per i fatti, le cose, gli sguardi che la strada ti offre già in appena qualche passo. Un’esondazione di sensazioni che ora non riesco ad arginare, sebbene i tentativi di perimetrarmi, di recludermi nello schermo che un ghigno freddo può offrire. Ai bei tempi, giovavano i diversivi che allucinano la realtà, che spalmano torba sugli occhi e ci esimono dalla compassione che, quando diviene abituale, non può che corrodere la serenità di cui abbiamo disperato bisogno. Tuttavia, l’esercizio quotidiano a crocifiggermi assieme ai miei simili accresce impercettibilmente il livello di guardia, ma con un muro di malta fragile, di sabbia appena pressata, per una compattezza da tremarne ogni secondo. Non giovano le riflessioni e l’eppur disincantata analisi del dato di fatto: una giovane donna, col ventre espanso di droga e giorni soffocati, di birra e sigarette che colmano una fame ed una sete che hanno origine in uno stomaco voragine di sogni mai neanche assaggiati. I suoi occhi mi si trovavano davanti, ma per un attimo ho avuto la gelida sensazione di essere trasparente, di non consistere nella sua vita neanche come ostacolo naturale alle sue divagazioni. Una vita rimpicciolita al grado umile, alla prospettiva delle piastrelle chiazzate di marcio della stazione. Ne ho provato pena ma, cinicamente, è stata anche iniezione di concretezza che mancava dalle recenti parole, dai discorsi troppo spesso astratti, aridi. Gli astratti furori cercano ora un rabbioso piano di applicazione, un banco di forgia, e la poesia può tornare ad occuparsene, male non le farebbe.

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