Questa è la quarta volta che cancello le parole faticosamente accostate, e di volta in volta ho tratteggiato in negativo i pensieri, come col carboncino quando da bambini giocavamo con carta e figure in rilievo. Forse la stanchezza interrompe i tentativi prima ancora che delineati e leggibili. Perché in questo momento non sopporto più di sei o sette concatenamenti, e poi perdo di vista cosa avevo progettato di dire. Alla fine non mi resta che resistere fino a quando non ritroverò quel senso, ostinatamente coltivato e spesso anche rigoglioso, che mi concilia la lettura di giorni ed eventi e puntualemente me ne chiede parere.
Per ora evito ogni forma deperita di anelito nostalgico verso il paradiso perduto del passato e schivo l’impegno civile abbracciato per evitare il borbottio del tarlo, per non guardarsi negli occhi specchiati nel mattino e contare i chilometri che ostacolano la nostra quiete.
Magari presto, se non oggi, le palpebre funzioneranno da disinfettante ed accecheranno dubbi, morsi allo stomaco, pungoli d’ansia e quell’asfissia da cui ho capito di essere affetto in maniera irrimediabile.
Intanto trito due parole non troppo articolate, per non incespicare, e mi siedo all’ombra, in attesa che il vento mi sbottoni respiro e coraggio.

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