Quella di stamattina è una strada che odora di detersivo, ed un piombo che s’impone sulle ciglia e immobilizza sui passi. La stazione è una bocca che si spalanca come d’abitudine senza neanche sorriderne, disserrando la morsa che stenterà a svincolarci. La zavorra ci permette di non affondare, ci appiglia alle residue possibilità di parlare, guardarsi, succhiare ogni tocco nutrendoci dei gesti che alleggeriscono di grado in grado il dovere. Ma prima la gravità appiattisce gradualmente e senza sconto, un mancato sollievo che sfrenerebbe il sorriso giù per le discese dell’estate. Fortunatamente, il ritmo binario che un amico interpretò dalle rotaie ci induce alla pazienza, all’inevitabilità dei tanfi e delle angustie che il vagone ci offre. Ci riserviamo un breve frammento del mattino per socchiudere gli occhi in faccia ai controllori e chiedere quanto dista la prossima sosta, ma l’occhiata della risposta sconforta più della certezza che i ristori sono tutti deragliati e soltanto resta la corsa a precipizio.