Tornare sulla schiena del mare bisogna, scavarsi nicchie di sale e sabbia disposte a restauri ardimentosi, che allevino afflizioni da giorni superflui e dolori premuti al cuore. Si spieghi ogni nodo ordito da dita che poco hanno atteso al nostro piacere, o dimenticato la levità che dovrebbe rischiarare il paesaggio d’estate. Il gioco rovente della mano nella sabbia, a tentare sottostanti oasi di umido, a richiamare la morbidezza che sola può guarire, manca in questo momento come un granello d’ossigeno nell’apnea del pianto. Ci si chiede se esista un termine che chiami il confine, un filo oltre il quale si apra il nuovo mattino, e sembra coincidere con la linea delle sue mani a raccogliere coppe di pianto stivato finora dove luce non si fa giungere. Noi disegniamo a terra la barriera da cui le ferite sono escluse, ma il graffio prima deve sanguinare e stamparci il vaccino nelle vene.

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