In tanti assicurano che siamo alle porte della fine, ad un soffio dalla conclusione, con alle spalle cumuli rovinanti di storie ed esistenze che ci sospingono come l’onda sotto la tavola da surf. Inquieta più di tutto la sensazione d’impotenza, l’inevitabile sopraffazione che ci viene predicata, come fosse una carezza su una ferita, come se potesse sigillare il singhiozzo che ci scuote. Diversamente, si dovrebbero fronteggiare accuse di arroganza, sospetti di un’eccessiva, morbosa confidenza nelle proprie forze che da umane si tramutano in sovrumane soltanto grazie alla volontà ferrea di opporsi. Non sembra rispettabile ribellarsi al ciclo di natura, duellare senza sosta e senza riconciliazione, ma non per odio, bensì per un’intolleranza che ci svia dalla rassegnazione. Anzi, potrebbe essere giudicato desueto sfilarsi eternamente il guanto e schiaffeggiarvi il destino irritandolo al punto da scatenarlo contro noi stessi. Autolesionista, forse. Ma indispensabile come i morsi d’aria che ogni istante ci tengono in vita. La sfida che non ci permette distrazioni e che dona colore alle guance, lampo agli occhi e resuscita il sorriso. Questo atto ritenuto spudorato, una volta che viene accomodato alle misure della vita di ognuno e moltiplicato per le teste che affolano i tempi; questo scintillio affollato delle lame che non potranno che stracciare via il presunto ultimo sipario, io lo chiamo storia.

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