Erano le 23 e 47 quando il mare inabissò i tuoi sguardi e chiedesti come funzionasse il respiro. Ne sono perfettamente sicuro, vista l’inclinazione delle Pleiadi ed il sospiro che proveniva dalle sabbie scottate fino a poco prima. Eri come un masso che precipitava dalle falesie del pensiero e ti graffiavi, e graffiavi ogni ciuffo d’erba che pendeva accanto. Dal mio lato del corpo, fremevi come un sisma ottuso, che sa che l’obbligo lo innesca e poi io non posso che attenderne la conclusione. Io continuavo ad esistere ma con meno contorni, uno spiazzo alle cinque del mattino dopo gli attardati e gli idranti a purificare ogni mattonella; e la malta cedeva alle giunture, sicuramente anche grazie al sale di quell’ora umida di risacca.
Sembrava tempo immenso, ma la distanza colmata era appena un minuto e dodici secondi, non sarebbe bastato alle negazioni e schiacciare polloni già in degrado. Oscillante era ogni particella delle parole, sfiorai le linee adunche che però non mi trattennero, rassegnai spiegazioni senza fiato. S’imponeva un lamento cubico che spigolava senza appoggiare, la mossa peggiore, più attaccabile ma l’unica, un ridotto spessore di credibilità che si sganciò accartocciandosi sulla battigia.

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