Eravamo agli apici cristallini ed ora eccoci, tra i pulviscoli stagnanti di un vagone terzomondista scampato a quale genocidio chi lo sa, ma tanto ancora ne possiamo avere le urla nelle pieghe delle memorie. E tutto perché la luce non si separa dall’ingordigia delle mani profane che la sotterrano, la setacciano in cerca non sappiamo di quali amuleti ed elisir. Noi schiacciati lecchiamo le pietre per trarne forza e schiuderci alla crudeltà di un risveglio che forse le spalle attutiranno gli strali e noi rifulgeremo, nubi umide di mansioni nuove e degne di sogno. Noi cadremo, cadiamo, siamo caduti senza capire, inciampando nei cartelli illeggibili che ghignano senza spiegare, e ne mangeremo ancora di amarezze, e gli occhi punti dalle lacrime che avevamo fortunatamente risparmiato per giorni e burrasche. Interminate le promesse si rinviano come un’eco affondata tra le madrepore e i galeoni popolati di alghe.
Così ci si agita la furia in una conchiglia di rancore, un’illusione che incenerisce e scjeletrisce i discorsi nei labirinti delle possibilità mai spese. Chiudiamoci negli abissi che soltanto noi potremo disserrare.

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