Adesso ho capito, non c’è più alcun dubbio. La fiamma inesausta che mi tiene in scacco la gola è un rifiuto, una ribellione, che vuole impedirmi di discutere, di dichiarare, di asserire, di puntualizzare, di chiosare, di lamentare, di replicare, di richiamare, di analizzare, di avvertire, di smentire, di interloquire, di spiegare, di urlare, di declamare, di criticare, di negare. In una parola, di parlare a voce spiegata e con parole abbaglianti, di sprigionare il concetto che si contorce in attesa di valvola espiratoria. L’unica concessione che mi è permessa dal corpo dolorante è il sussurro, la confidenza a mezzo polmone, uno scivolare leggero del dito sulla pelle di una conversazione cucita più dagli sguardi che dalle enunciazioni.
Sì, ho capito il segnale di stanchezza, di profondo sconforto che tossisce ogni volta che il graffio della voce vorrebbe sbranare chi senza vergogna con impudica evidenza provoca amarezze e vorrebbe anche una risata condiscendente, e non sa che la parola si arma come una granata votata al massacro, e rinfoderarla spesso sembrerebbe atto impraticabile. Se non venisse in soccorso la stenosi autoprotettiva del corpo che ingoia l’innesco e scongiura sistematicamente la deflagrazione.
Credo di dovere molto al mio mal di gola.

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