Tra moltitudini di parole e lingue, linguaggi e codici, ieri sera la Tribù ha vissuto un’altra serata di dibattito sul tema della comunicazione, della traduzione dell’immaginabile in cifra condivisibile, chiedendosi in che modo sia possibile schiudere alla totalità degli uomini il messaggio che noi affidiamo continuamente alla parola, mezzo privilegiato per chi scrive poesia, assicurandoci che ne sia praticabile l’interpretazione. Qualcuno ha sintetizzato nel silenzio degli odori l’ipotesi di un linguaggio universale, qualcun altro ha sottolineato la necessità di preservare la ibertà di chi intende di fraintendere il mittente, pur di scatenare una reazione creativa. Qualcun altro ancora ha riaffermato la sua vocazione testimoniale della propria scrittura, in cui fornisce ogni strumento, anche il più superfluo, e rammaricandosene poi, pur di assicurarsi il passaggio immediato della storia da narrare. Qualcuno, in cuor suo, ha tenuto il timore che i linguaggi più evoluti, seppur così universali nel loro rigore matematico, smorzino l’emozione della pronuncia (= della creazione) che questo qualcuno crede essere la malta connettiva tra chi legge e chi scrive. Come sempre, una serata importante e piena di spunti di cui dover riparlare.

attestàti sull’attimo asciutto
lungo i bordi da svuotare
ed estrarne umidi monili

ma non s’è avverato il tocco
una volta scaduti i gesti
neanche più tempo di rischiare
tra dito e dito il lampo della selce

vedersi sanguinare un urlo
non è bastato il tempo per sorridersi
aprirsi le mani e grondarne doni

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