La misura è giunta sopra il culmine ed ho bisogno di soste ravvicinate e silenziose. Per questo molte immagini (che distraggono), molti suoni (che blandiscono), molte pennellate (che leniscono). Per ora immagini, a distanza ravvicinata: la prima sera, “I figli degli uomini”, angosciante pre-visione o agghiacciante infra-visione di un mondo con sempre meno voci giovani e sempre più follia senile, con una tensione disperata all’implosione nelle categorie muffite della contrapposizione sanguinaria, o peggio dell’autoeliminazione in una estremizzazzione dell’eutanasia prima ancora della malattia. La seconda sera, un piatto, freddo e lustrato racconto della storia d’amore impossibile tra John Keats ed un’artificialmente appassionata, perfettamente romantica giovane di buona famiglia nella provincia inglese, ribelle quel tanto per intessere poche lacrime e molti fili da cucito per il suo agognato poeta. Il titolo, “Bright Star” di Jane Campion (da una tale regista, mi sarei aspettato certo di più).
Ora però, un’oasi di parole stampate sulla finestra degli occhi.

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