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mi ha sorriso a lungo poi mi ha stretto in un ordine cristallino, “devi scriverla” come se la mia pelle avesse una fine ed il registro si stesse accorciando, ed io ebete del chiarore che le lampade non emanavano ho alleggerito ogni gesto, piegandomi sulla tovaglia ed incidendo nel piatto una lama di felicità, poi ho capito che la notte non avrebbe annotato questa sottile pienezza ed ho girato più pagine che potevo e le parole si sono stancate di correre e si sono messe ad osservarmi, come da dentro una coppa di freschezza, come da un orizzonte che continua a spostarsi

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