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In questo sesto capitolo della serie manifatturiera ecco che compare una vecchia conoscenza di chi gravita intorno al mondo della poesia a Macerata: Dario Ciferri. Cuprense DOC ma che, per alterne e spesso piacevoli vicende, ha portato nella città d’adozione universitaria i suoi versi caratterizzati da una ironica distanza che s’intreccia saldamente con la profonda consapevolezza della serietà del mestiere del poeta. Uno scrittore che non teme l’altalena stilistica, le forti sterzate di senso, i deragliamenti narrativi, poiché la poesia non può non raccontare, con una mestizia che a volte prende l’aspetto rassicurante di una vecchia amica, accogliente e comprensiva. L’andamento ritmico, cantabile, ci accompagna verso l’ultimo accapo come uno sfondo dimesso, che chiede di essere trascurato lasciando la scena all’io lirico (narrante) che indugia sui passi, strascicando la vita in domande spesso insolute. Ciferri sembra volerci passare la palla, chiedendoci di sederci con la nostra birra e le nostre esistenze da intavolare, da condividere e, chissà, forse riscrivere insieme.

Il tempo batte cieco sul quadrante di una birra
gelata questa notte fatta di gocce di veleno
un tempo cascavo sotto il peso delle panchine
oggi mi domando se davvero sono un osso
o solo un interruttore staccato
un fusibile interrotto nel circuito del mercato

passare venti giorni fuori
rientrare e scoprirsi solo
venti giorni fuori casa
rientrare e vedere il vuoto

in fondo sono vittima di un segugio
un lavoro che mi addestra lento
fra le pieghe di una veste arricciata
il mio vestito a fiori oggi lo metto in lavatrice
sotto i monti innevati dei tuoi occhi
e le lenti invecchiate per leggere il giornale

passare venti giorni fuori
rientrare e scoprirsi solo
venti giorni fuori casa
rientrare e vedere il vuoto

le parole allegre te le lascio sulla stufa
le cimici in un letto di lacrime
i coccodrilli arrosto stoppacciosi al punto giusto
le vesti ornate di ambra che si immergono nel vino
uno scaffale lungo due tende una corda
e la bottiglia e il sughero a terra

passare venti giorni fuori
rientrare e scoprirsi solo
venti giorni fuori casa
rientrare e vedere il vuoto

e allora è la corda a farti compagnia
o lo schermo sotto cui si muovono le mani
e allora sono le parole che cercano un senso
mentre la luce non si arrende al domani
e allora è tempo che spegni la lampada
e maledici la luna perché non la puoi staccare

* * *

seduto calmo
sul tubo caldo di una stufa
attraverso le linee telefoniche
i tormenti delle voci le paure
candide di chi si perde dietro noduli
e nebulose
le pieghe dritte di una tela
sono fasci di pensieri monocromi
che si impigliano nello spazio
brucia l’acqua e quelle poche stanze dove
si pende in dirittura d’arrivo

non ho perso tempo a cercare le mie parole
sono lì sull’asfalto le raccogli le annusi
e comprendi
sono solo parole
c’è poco da masticare un flebile soffio da descrivere
fingere un’alba arrotondare un ombrello
sotto le poche gocce di pioggia
che cadono sui calzoni

* * *

verde
in un pigiama a righe tra le palme
due notti in bianco uno stanco correre del piede
siede oltre la siepe
e c’è sete
disperdere le notizie dai giornali ai supporti
negli orti piove imidacloprid
e il seno ha un odore di mandorle e funghi porcini
vedo la legna sfibrarsi i tronchi il polistirolo
un po’ di spugna abbandonata vicino ai box
doccia
sorridere con le polveri sottili
ridere sulle poltrone di teatro
cadere, mai smettere di cadere
prendersi per mano osservare il vuoto
al di là degli occhi
senza sole
verde
un fiume scorre
una mano cade
la notte torna e il silenzio
è l’ultimo giorno di primavera

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