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Jacopo Curi, giovane maceratese, ottavo profilo di scrittore in versi delle Manifatture. Un’interessante promessa, un autore che, nonostante i prevedibili ed ammissibili riecheggiamenti di letture ed esperienze letterarie appartenenti al patrimonio comune, ha già trovato nella densità, nello scartamento improvviso, quasi imbronciato, nella malinconia stoica della riflessione, la sua linea direttiva, la sua stella polare.
Non manca inoltre una sfumatura di delicata ironia, o di virile sensibilità, nell’analisi al microscopio delle relazioni umane e dell’uomo con la sua esperienza di transito terreno, che si esplicita nella consapevolezza spesso tarda della asincronicità tra l’istante e la felicità che esso può provocare, incastrandoci in un perenne stato di nostalgica insoddisfazione.
Da tutto ciò che si è detto, risulta un dettato aspro, a sprazzi tortuoso, con interessanti immagini e simboli che non denotano tuttavia indulgenze musicali o compiacimenti iconografici, anzi rafforzano l’impeto riversato nella trasmissione del messaggio che Curi sembra impostare come principale, imprescindibile scopo della sua scrittura.

XY

L’altra vita che la cerosa prosopopea mai ci
restituì, chissà se li incontrammo già allora
i nostri egoismi, che mi sembra di conoscere
la natura ossea dei tuoi zigomi, dietro ogni
volta del paesaggio di casa tua dove c’è ancora
traccia delle genetiche da potersi riprodurre
le ife la vista gli ologrammi degl’incontri.

* * *

TABULA DEALBATA

I.
Comincia in medias res
e passa illesibile questo
inganno, questa delebile
corporeità psichica.

Freddi che tagliano
la maschera del viso
stagliano nette le facciate
spingendo fuori la realtà.

La colatura dei lampioni,
il riverbero intermittente
delle tv e non so come faccia
a reggersi l’intorno.

Uno stadio ulteriore o quello
precedente e dov’ero chissà
prima e dove
sto essendo poi…

II.
…ci sarebbe un altro dove
dove siamo accanto
quando abbiamo chiuso
i sensi e mancano passaggi.

La piega nella carne
infuturandoci a noi
mai presenti, sempre dopo,
eternamente in ritardo…

III.
…a riprendere la postazione
dietro gli occhi e pensare se
le cose che contano non sono
le nostre o sono solo le nostre.

[…]

Sfocio in una luce smerigliata:
ricordo esserci un clima,
un’ambientazione.
Ma…

…sarà poi successo?

* * *

SIMPOSIO

Dove sono nelle dimensioni
del mio cervello nell’illusione
ottica della sete dentro
il convivio della materia?

Sembra essere andata
come un disfacimento
per questa volta la vita
che certo non è la mia.

Questa inesauribile bellezza
straborda e rimandi e la felicità
è non focalizzare: il mondo stinge,
crocevia di esuli frammenti.

In possesso di quale corpo
ritrovarsi senza aver collezionato
odori inesprimibili storie ineffabili
senza prova che esista una memoria.

Ma ci sono meriggi mai passati
che sto rivivendo e dubito
se io sia in me o perpetuando ancora
qualche momento che non finisce

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