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La puntata di oggi di Poesia Domani (sulle frequenze di Radio Domani alle 11.15) inaugura un’altra sua sezione dedicata alla grande poesia straniera e non potevamo non farlo che con uno dei nomi fondamentali a livello mondiale, cioè la statunitense Sylvia Plath, nata a Boston nel 1932 da genitori immigrati tedeschi di alta estrazione sociale (il padre, noto entomologo e professore universitario) e morta suicida a Londra nel 1963, dopo una tormentata storia personale, segnata dalla depressione e da un matrimonio difficile con il poeta britannico Ted Hughes.
Le sue poesie, che hanno contribuito a creare negli USA lo stile confessionale, cioè basato sulla registrazione dei minuscoli eventi individuali, comici o tragici, per trasformarli in simboli universali dell’esperienza comune a tutti noi. A partire dalla sua prima precocissima pubblicazione, a otto anni, fino al suo volume più importante, The collected poems, edito postumo nel 1981, la sua visionaria chiarezza, la tagliente profondità dei tuoi versi hanno forgiato uno stile commoventemente onesto e criticamente appassionato a cui molti si sono ispirati e che altrettanti hanno tentato di imitare, di cui eccovi un esempio:

CANTO DI MARIA
L’agnello domenicale sfrigola nel suo grasso.
Il grasso
immola la sua opacità…

Una finestra, oro santo.
Il fuoco la fa preziosa,
lo stesso fuoco

che strugge sugna d’eretici
e stermina gli ebrei.
Planano i loro spessi mantelli

sulla cicatrice della Polonia, bruciata
Germania.
Loro non muoiono.

Incalzano grigi uccellacci il mio cuore,
bocca-cenere, cenere di occhio.
Si posano. Sull’alto

precipizio
che un solo uomo svuotò in spazio
i forni ardevano come cieli, incandescenti.

È un cuore
l’olocausto a cui vado,
o figlio aureo che il mondo ucciderà e mangerà.

Sylvia Plath

Sylvia Plath

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