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Prima di tutto vorrei fare un quiz: chi di voi conosce Manlio Cancogni?… senza googlare, mi raccomando! Personalmente l’ho scoperto per caso più di una quindicina d’anni fa sfogliando un numero de «L’Indice dei Libri», incuriosendomi su questa figura longeva e sottile, eppure profonda e dal solido spessore intellettuale, dell’Italia letteraria del Novecento. Per puro caso, quest’anno mi ritrovo tra le mani il racconto con cui vinse il Premio Strega nel 1973, Allegri, gioventù, allora pubblicato da Rizzoli. Un libro curioso, dal ritmo sincopato, con scatti e pause ben dosati, che descrive il gioco delle sensazioni, degli amori inconfessati, delle ripicche infantili di un gaio gruppetto di arzilli anzianotti legati gli uni agli altri da una storia antica fatta di parole non dette, di scelte non portate fino in fondo e che ormai, quando con l’età non si ha più nulla da perdere, possono essere realizzate. Non certo una prosa fluente, ma che avvolge nella sua asperità spensierata, quasi anarchica, e che, se si riuscisse a trovare questo volumetto, magari in qualche biblioteca, merita di essere letta ed assaporata.

Allegri, gioventù

Allegri, gioventù

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