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In questi giorni, durante un breve viaggio, avendo intenzione di tenermi leggero di bagaglio, ho optato per una lettura breve e snella ma di indiscutibile spessore letterario. Un autore pressoché sconosciuto in Italia, il giovanissimo cileno Diego Zúñiga, e un romanzo angosciante e commovente dal titolo italiano, Passeremo per il deserto, che non restituisce appieno il significato di quello originale, Camanchaca, denominazione di un particolare fenomeno atmosferico, la nebbia che scende sul deserto di Atacama di notte.
E la nebbia esistenziale potrebbe essere la cifra stilistica di questo racconto frammentario, reticente, che tace su quelle relazioni, su quegli avvenimenti e quei tragici errori su cui non ci si può soffermare senza rischiare di essere inghiottiti dalla soffocante consapevolezza di andare senza avere una meta da raggiungere, se non quella di sopravvivere a qualsiasi cosa. Il protagonista, ventenne obeso e che rischia di perdere tutti i denti, figlio di una coppia separata non certo equilibrata, frutto di morbosi legami che rispecchiano la confusione generalizzata del Cile post-dittatoriale, viaggia attraverso i luoghi che hanno fatto da sfondo alla sua infanzia ma ritrova solo macerie e fantasmi su cui interroga se stesso ed i suoi parenti, sebbene inutilmente. Alla fine la nebbia non potrà che avvolgere di nuovo tutto, persone, storie e paesaggi, in un buio che non ha risposta e ci ricaccia nella certezza che le sagome che ci lasciamo alle spalle non avranno mai un volto.

Diego Zúñiga – Passeremo per il deserto

Diego Zúñiga – Passeremo per il deserto

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