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A Poesia Domani (come ogni mercoledì sulle frequenze di Radio Domani alle 11.15) ancora si respira aria carnevalesca, con l’ironia, lo schiamazzo e l’irriverenza che essa porta con sé. Perciò, grazie allo spunto di un evento che accadrà domani ad Ancona, facciamo un salto indietro nel tempo per andare a ritrovare una grande firma della poesia satirica, cioè il romano Giuseppe Gioachino Belli, vissuto nella prima metà dell’Ottocento, voce graffiante e struggente al tempo stesso dello spirito più autentico della plebe della capitale, allora sotto il potere Pontificio.
Tra i tanti temi trattati nei suoi componimenti in dialetto romanesco, sono tanti i sonetti in cui Giuseppe Gioachino Belli si ritrova a parlare di donne, di ogni tipologia ed estrazione, rifacendosi anche alla sua esperienza biografica. Un elemento che le accomuna tutte è la prontezza nel rispondere a tono, nel dire la verità. In ogni testo si ritrovano tante scenette in tal senso che confermano questa caratteristica e ci aiutano inoltre a capire com’era la vita delle donne nell’Ottocento.
Per approfondire questa curiosa tematica, domani, 19 febbraio, ad Ancona, nel Palazzo della Regione Marche, la AssoBelliMarche e la Commissione regionale Pari Opportunità, promuovono un incontro dal titolo “LE DONNE NEI VERSI DEL BELLI, ritratti quotidiani delle donne dell’800”, durante il quale si alterneranno le relazioni di Paola Magnarelli (Università Studi Macerata) su “Le vite diverse delle donne di Belli”,  e di  Manlio Baleani, scrittore, che  parlerà delle “Popolane di Roma” , tema del suo ultimo libro. Il dibattito sarà corredato dalla lettura di alcuni sonetti da parte dei giovani del Gruppo teatrale Quattroamille.

L’ABBICHINO DE LE DONNE

La donna, inzino ar venti, si è ccontenta
mamma, l’anni che ttiè ssempre li canta:
ne cressce uno oggni scinque inzino ar trenta,
eppoi se ferma llí ssino a cquaranta.

Dar quarantuno impoi stenta e nnun stenta,
e ne disce antri dua sino ar cinquanta;
ma allora che aruvina pe la sscenta,
te la senti sartà ssubbito a ottanta.

Perché, ar cressce li fijji de li fijji,
nun potenno èsse ppiú ddonna d’amore,
vò ffigurà da donna de conzijji.

E allora er cardinale o er monzignome,
che jj’allissciava er pelo a li cunijji,
comincia a rrescità da confessore.

Le donne nei versi del Belli

Le donne nei versi del Belli

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