In certi luoghi la manifattura è ancora l’elemento principale, quello che prima risalta agli occhi. Può manifestarsi nella cura di un orto minimalista recintato da un vicolo che s’immerge nel fitto di un antico quartiere; può essere simboleggiato dal minuzioso recupero di casupole di fango e paglia mischiati a suo tempo per salvaguardare vite dimesse ma dignitose; può essere percepito nelle parole lente e quasi soffiate di una poeta che racconta e mette a nudo la propria officina creativa, specchiandola nell’esperienza di un’altra scrittura, di un’altra esistenza forte e fragile al contempo.
Parlando della ricerca e della sperimentazione; raccontando le svolte di una biografia che vaga per un continente, da nord a sud, dove si può nominare casa il sole e l’azzurro che riempiono i giorni, con tutte le sue amabili contraddizioni. Descrivendo l’incontro, causale come sempre accade, con chi appartiene a tempi ma non a riflessioni lontane: l’analisi, il rovesciamento delle scatole sul tavolo, frugando coi sensi tra gli oggetti che hanno un peso individuale e suggestivo tale da sbrigliare il lavorio che intarsia dall’interno le poesie. Vegliare sull’epoca che ci troviamo a vivere senza mai spegnere la fiaccola, senza accettare, anzi ribadendo la nostra convinzione contraria, seppur dolorosamente quando si tratta di accollarsi colpe non proprie.
Gli occhi di tutti tesi sugli occhi di lei, poeta sottile, i capelli continuamente dietro l’orecchio, gli sguardi stretti al bersaglio, l’angolo della bocca contratto nel tracciare un sentiero che accompagni, che rimpagini i fogli spaiati sul tappeto. Poi resta un istante di sorriso per un brindisi alla volontà di sapere ciò che non sappiamo, a cercare lo sbocco del vicolo alla foce del labirinto.

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